Oggi 10 gennaio 2006 la Commissione europea ha presentato il suo piano per ridurre le emissioni di anidride carbonica per contenere l’effetto serra e per cercare di contrastare gli effetti dovuti al surriscaldamento del Pianeta. Effetti pesanti che la stessa Commissione ha formulato nella previsione di due diversi scenari (+2,2 gradi centigradi come aumento di temperatura con interventi blandi e +3 gradi centigradi in assenza di interventi) e che ha fatto precedere attraverso un autorevole organo di stampa internazionale come il Financial Times, sottolinenado così in maniera ancora più forte l’intrinseca problematicità economica di questo fenomeno.

Non a caso oltre ai morti pronosticati per l’aumento della temperatura nel rapporto della Commissione vengono presentatati come i principali settori colpiti dai mutamenti climatici, il turismo e l’agricoltura. Ma il problema economico cui deve farsi carico la Commissione europea non sta solo nelle conseguenze che la mancanza di intervento per il contenimento delle emissioni di CO2 potrà portare, ma anche, e da subito, sulle azioni che dovranno essere messe in campo. Interventi che da una posizione di compromesso ottenuta ieri dai capi di gabinetto dell’esecutivo comunitario dovrebbero prevedere un taglio delle emissioni del 20% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990. E questa sarà una “manovra” europea del tutto unilaterale, ovvero a prescindere dai negoziati che ripartiranno nel 2008 e che riguardano le misure previste dal protocollo di Kyoto nel suo secondo step, dopo il 2012.

Il problema per le aziende europee riguarda la competitività nei confronti delle concorrenti che operano in paesi che non stanno lavorando affatto sul contenimento delle emissioni di CO2. Ne abbiamo discusso con Gianni Silvestrini, consulente per energia e ambiente del ministro per lo Sviluppo, Pierluigi Bersani.

L’Europa ha preso provvedimenti di tagli di Co2 di quote importanti anche per l’industria, cosa ne pensa?

«La prima riflessione è che domani l’Unione europea si accinge a fare una azione molto coraggiosa, peraltro da tempo annunciata, che avrà un riflesso importante a livello internazionale. Sarà una pedina fondamentale per le prossime tappe della ecodiplomazia internazionale per gli accordi di Kyoto post 2012. L’uscita dell’Unione europea è molto importante proprio perché ambiziosa e unilaterale e avrà un peso notevole nel riaprire il quadro a livello internazionale. E’ innegabile che i tagli previsti porrebbero effettivamente problemi alle imprese europee che risulterebbero svantaggiate rispetto a quelle che operano in paesi che non stanno lavorando in termini di tagli alle emissioni, ma visto nello scenario dei negoziati per Kyoto è giusto intervenire in questo modo».

Ma dato che le vie diplomatiche non hanno dato al momento risultati, perché non si pensa di intervenire presso il WTO per concorrenza sleale come suggerisce Stiglitz?

«Io sono convinto che la partita del dopo Kyoto coinvolgerà tutti i paesi, anche la Cina e il Brasile, oltre agli Usa e l’Australia, magari con impegni differenziati. Il fatto che la preoccupazione sulle conseguenze del surriscaldamento del Pianeta sia passata da ambientale a economica, implica che la partita si potrà affrontare solo se tutti verranno coinvolti. Ed è ormai una consapevolezza che hanno anche tutti gli altri, anche la Cina che avrà impatti devastanti dal punto di vista economico per mettere mano alle conseguenze di tipo ambientale. Io sono ottimista che si arrivi a un tavolo comune con tutti gli attori. E l’Europa agendo da subito in maniera unilaterale con obiettivi così ambiziosi avrà guadagnato il ruolo di leadership e potrà porre in maniera autorevole il tema di quanto tagliare. Se non vi fosse l’accordo allora tutte le ipotesi di concorrenza sleale saranno del tutto reali e si porrà sicuramente il problema politico di come affrontarle. Anche perché se non vi sarà l’accordo le riduzioni per l’Europa dovranno essere anche più drastiche. Se dopo il 2012 non si troverà l’accordo credo che sarà l’Unione europea per prima a proporre misure penalizzanti per chi è meno virtuoso, così da ottenere un bilanciamento sul piano economico. E credo che anche il Giappone si muoverebbe».

Il cambiamento di maggioranza nel Congresso Usa sembra già dare qualche segnale, questo secondo lei fa già sperare che vi possa essere l’adesione al Protocollo di Kyoto, nel prossimo step?

«Non sarà un cambiamento radicale quello che verrà messo in atto dal Congresso a maggioranza democratica, anche se io credo che gli Usa ci saranno ai prossimi negoziati. Ma per discutere il Kyoto post 2012 bisogna aspettare il futuro presidente e sicuramente la questione clima sarà un tema della campagna presidenziale. Con la prossima amministrazione si potrà trovare un terreno di discussione comune anche se il tema degli obiettivi ambiziosi sarà una grossa battaglia da vincere. Il grosso della discussione sarà infatti su quali obiettivi porsi e di quanto tagliare le emissioni».

Schwarzenegger, il governatore della California, pone obiettivi per il 2020 ai livelli del 1990. Ma lui è la punta avanzata, l’insieme degli Usa punterà ad obiettivi molto più limitati. E la discussione riguarderà anche quanto chiedere alla Cina, che è vero che con l’attuale crescita del pil aumenta forse anche più del 10% il proprio contributo, ma non potremo chiederle di ridurre più di qualche punto percentuale.

«Raggiungere obiettivi coerenti con quelli dell’Europa sarà una discussione assai problematica, ma credo che l’accordo collettivo sarà possibile».

di Lucia Venturi

10 gennaio 2006