E’ molto al di sotto delle aspettative, il Piano sulle emissioni dei grandi complessi industriali presentato dal governo alla Commissione europea. Un testo frutto di un’estenuante trattativa tra il Ministro dell’Ambiente e quello delle Attività Produttive e che alla fine accontenta un solo grande protagonista: il carbone. E’ stato infatti fissato a 209 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2) il tetto di emissioni per le industrie italiane nel quinquennio 2008-2012. Ben 15 milioni di tonnellate di CO2 in più rispetto alla bozza di piano presentato dal Ministero dell’Ambiente a luglio.

Un’operazione che di fatto va tutta a scapito dei consumatori e dell’azione di contrasto ai cambiamenti climatici. Il governo ha trasformato uno strumento virtuoso che avrebbe dovuto condurre l’Italia a rispettare gli obblighi di Kyoto in un via libera a una politica energetica irresponsabile. A preoccupare è in particolare l’eccessivo ammontare di permessi a inquinare riservati al settore termoelettrico, che non solo non ha visto una diminuzione delle quote assegnate, ma di fatto è riuscito a strappare un aumento di ben 10 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2), rispetto a quanto previsto nel precedente piano, quello adottato dal governo di centro destra.

I grandi settori industriali producono oggi il 38 per cento delle emissioni, ma con questo piano lo sforzo di riduzione delle emissioni che gli viene richiesto è pari solo al 14 per cento di quello necessario a raggiungere l’obiettivo di Kyoto (6,5 per cento in meno di emissioni rispetto al 1990).

Preoccupano ancor di più gli azzardati meccanismi attraverso cui si finisce per regalare al carbone un ruolo di tutto rispetto nel futuro energetico del nostro paese. E’ il caso della quota di emissioni messa in vendita dal governo in aggiunta ai permessi assegnati: 12 milioni di tonnellate di CO2, che, secondo quanto previsto dalla direttiva europea sull’Emission trading, avrebbero dovuto essere messe all’asta in modo da garantire l’ingresso di nuovi impianti a maggiore efficienza, ma che invece vengono vendute ai soli operatori del carbone e a un prezzo sicuramente inferiore a quello di mercato.

Stupisce ancora di più l’operazione effettuata sui cosiddetti impianti Cip 6, gli unici che con questo Piano vengono colpiti da una drastica diminuzione di quote assegnate, essendo passati dai 28 milioni di CO2 del 2005-2007 agli attuali 3,5 Mt CO2. Perché un taglio così consistente, quando secondo previsioni affidabili gli impianti Cip 6 di qui a dieci anni produrranno la stessa quota di emissioni, ovvero 28 milioni di tonnellate di CO2 ?

Perché, come è stato dimostrato da un’attenta analisi consegnata dalle organizzazioni ambientaliste alla Commissione europea, gli impianti Cip 6 non solo non diminuiranno le loro emissioni ma non dovranno pagare nessun costo per i crediti di CO2 che saranno costretti ad acquistare sul mercato ETS. Lo prevede il provvedimento Cip6/92, che assicura aumenti in bolletta per compensare qualsiasi costo extra sostenuto dagli operatori di questi impianti, Kyoto compreso. A pagare saranno quindi i cittadini, mentre ad ottenere vantaggi è nel complesso tutto il settore termoelettrico al quale sono state ridistribuite le quote tolte ai Cip 6.

Ne risulta un quadro sconcertante in cui per fare spazio a una sola centrale, quella di Civitavecchia che l’Enel progetta di trasformare a carbone è stata aumentata a 19 milioni di tonnellate di CO2 la cosiddetta riserva, ovvero la quota di permessi ad emettere riservata agli impianti che entreranno in funzione dopo il 2008. Questo quando nel 2005-2007, in un periodo in cui, a differenza di adesso, ci si attendeva l’ingresso di molti nuovi impianti nel mercato, la riserva era di 15 MT CO2.

Legambiente si auspica un intervento severo della Commissione europea, che ha già respinto 9 dei 10 piani fino ad ora presentati dagli Stati Membri, perché non in linea con gli obiettivi di Kyoto. Per evitare di pagare caro il mancato rispetto del protocollo i permessi alle industrie non dovrebbero superare i 186 milioni di tonnellate di CO2.

Andrea Cocco, Direzione Nazionale Legambiente

19 dicembre 2006