Negli anni 70-80 erano gli ambientalisti o gli esperti “eretici” a indicare i limiti di fondo del modello energetico prevalente e a predisporre visioni alternativi (dai Soft energy paths di Amory Lovins agli scenari europei di Florentin Krause, per finire alle elaborazioni di Legambiente contenute in Strategie di riduzione delle emissioni dei gas climalteranti in Italia). La novità è che adesso si assiste a una conversione anche delle isitituzioni più “conservative” e a prese di posizione allarmate da parte di personalità del mondo “ufficiale”.
Prendiamo l’Agenzia internazionale dell’Energia, creata dopo la prima crisi petrolifera del 1973 dai Paesi industrializzati. Le sue posizioni sono sempre state di grande cautela e hanno rappresentato il pensiero dell’establishment industriale energetico. In due dei suoi ultimi rapporti emerge però con chiarezza il messaggio al mondo politico che è necessario (e possibile) cambiare urgentemente strada.
Nel World Energy Outlook 2006 presentato a novembre si sottolinea la minaccia alla sicurezza mondiale energetica dell’attuale modello e si delinea uno scenario “alternativo” basato sull’accelerazione delle politiche di risparmio e delle fonti rinnovabili (ma anche del nucleare) «che porterebbero a un risparmio economico di gran lunga superiore ai costi di investimento sostenuti».
Lo stesso Direttore della IEA Claude Mandil, presentando nelle scorse settimane a Roma un altro rapporto della Agenzia, Energy to 2050, scenarios for a sustainable future, ha lanciato un grido di allarme segnalando la necessità di urgenti e profondi cambiamenti.
Si tratta di una novità rispetto al passato, anche se gli scenari alternativi proposti sono ancora ben lontani dal soddisfare gli impegni necessari per ridurre le emissioni climalteranti indicati dalla comunità scientifica (-50% nella seconda metà del secolo) o per far fronte al raggiungimento del picco della produzione di petrolio nell’arco del prossimo ventennio.
Non si può terminare l’esemplificazione del mutamento delle percezioni “ufficiali” senza citare la Stern Review on the Economics of Climate Change, rapporto commissionato dal Governo inglese a Sir Nicholas Stern, già capo economista alla Banca Mondiale, impietoso nel segnalare i rischi climatici per il Pianeta (possibile calo del 20% del Pil), una minaccia definita da Blair «la più grave preoccupazione dell’umanità in questo secolo».
Qual è la conclusione di questa breve panoramica? Che il quadro dei reali problemi sta giungendo ai piani alti delle istituzioni, cosa che fa sperare che nei prossimi 3-4 anni, quelli decisivi nel delineare la strategia post-Kyoto, si riuscirà a raggiungere un accordo globale capace di invertire la rotta del transatlantico-Terra impazzito. Una grande nave lanciata a tutta velocità ha bisogno di alcuni chilometri per fermarsi, anche se i motori vengono azionati “indietro-tutta”. La corsa del nostro Pianeta va rapidamente decelerata per evitare che, non agendo nei prossimi 10-20 anni, si producano danni irreversibili.