Anche se le conseguenze sono state temporalmente più limitate rispetto a casi precedenti verificatisi in Europa e negli Stati Uniti, il black-out di due giorni fa ha pur sempre lasciato al buio circa dieci milioni di persone in mezza Europa. Dalle prime informazioni sembra che a innescare il processo sia stato un azzardato distacco di una linea ad alta tensione in Germania in concomitanza con un sovraccarico su altre linee di trasmissione. L’automatico trasferimento su queste ultime della potenza elettrica non più veicolata dalla linea distaccata le avrebbe sovraccaricate oltre i limiti di sicurezza, provocando di conseguenza anche il loro distacco.

Comunque sia realmente andata, resta il dato di fatto che ancora una volta le concause di un black-out possono essere diverse, ma sempre presenti e determinanti sono i fuoriservizio e/o i sovraccarichi delle linee ad alta tensione. E non a caso. L’attuale assetto delle reti di trasmissione è il frutto di una storia dominata da monopoli verticalmente integrati, che ha portato a disporre di sistemi progettati per vettoriare l’energia secondo criteri di ottimizzazione tecnica (localizzazione degli impianti, criteri di dispacciamento), quindi di norma oggi – in regime di liberalizzazione – sottodimensionati perché non concepiti per favorire scambi massicci tra sistemi con costi marginali diversi. Situazione ben sintetizzata dalla dichiarazione di un alto dirigente del dipartimento americano dell’energia: “Power flows were much more predictable when utilities were regulated, because the same generators were used to supply the same loads every day…Today’s independent power producers do not know beforehand the likely condition of the transmission system and the operation of other generators on the grid, therefore, they can easily exacerbate congestion”.

Per di più in America il nuovo sistema di convenienze introdotto dalle liberalizzazioni ha ridotto gli investimenti nelle reti di trasmissione, perché poco appetibili. Si stima infatti che mediamente in USA gli utili complessivi del ciclo elettrico vadano per il 70% circa alla generazione e al trading, per circa il 20% alla distribuzione, per il 7-8% alla trasmissione e per il 2-3% alla vendita al dettaglio, tanto che a fine anni ’90 negli Stati Uniti il tempo medio di ritorno di un investimento in linee di trasmissione era di 28,5 anni. Di conseguenza a partire dagli anni ’90 gli investimenti in rete in USA sono diminuiti mediamente di circa 100 milioni di dollari all’anno, mentre fra il 1999 e il 2002 le transazioni sono aumentate del 400%: di qui l’insorgere di fenomeni di congestioni in rete (+ 300%).
In Europa i vincoli allo sviluppo delle reti di trasmissione per adeguarle al differente servizio che devono svolgere dopo la liberalizzazione del mercato elettrico, sono provocati anche, in molti casi soprattutto, dalla loro ubicazione in territori densamente antropizzati, che favoriscono il formarsi di opposizioni alle richieste di potenziarle. Se infatti si analizzano queste controversie, risulta spesso evidente come le preoccupazioni comunemente espresse in merito ai possibili rischi biologici connessi con l’esposizione a campi elettromagnetici, in realtà rappresentino la razionalizzazione di una maggiormente motivata ostilità nei confronti dell’impatto paesaggistico. Non a caso la richiesta prevalente è quella di interrare le linee, scelta che non elimina l’eventuale rischio biologico, ma elimina la vista di un manufatto indubbiamente privo di valenze estetiche.

Qualunque ne sia la causa, resta il fatto che le attuali reti di trasmissione non sono sufficientemente ridondanti. Per superare l’impasse attuale si possono seguire due strategie diverse. La prima consiste appunto nel potenziamento delle reti, ricercando il massimo di consenso, ad esempio mediante una razionalizzazione delle linee esistenti, attraverso l’eliminazione di alcune meno efficienti in cambio dello sviluppo di altre. La seconda prevede una penetrazione accelerata nel sistema elettrico della generazione distribuita, che per sua natura riduce il carico sulle linee ad alta tensione, anche se, una volta superati determinati valori percentuali sul totale della potenza in rete, richiederà significativi cambiamenti nell’assetto delle attuali reti di distribuzione, a riprova che nessun pasto è gratuito. Molto probabilmente entrambe le strategie andranno perseguite con la medesima determinazione, il che è facile a dirsi, ma non a farsi.

Più semplice e di effetto immediato sarebbero una maggiore impegno nella formazione e nell’aggiornamento continuo degli operatori delle reti di trasmissione e una maggiore cura nella loro manutenzione. Basta ricordare che il black-out italiano del 28 settembre 2003 venne innescato dall’interruzione di una linea svizzera entrata in contatto con gli alberi della foresta sottostante, cresciuti oltre il limite prudenziale per risparmiare nei costi del loro periodico taglio, per rendersi conto che spesso anche questo tipo di impegno è sacrificato a una logica di risparmi a ogni costo; logica oggi come oggi evidentemente non abbastanza contrastata da adeguate penalizzazioni monetarie e penali.

G.B. Zorzoli

7 novembre 2006