Legambiente dice no al carbone.
Il governo precedente ha lavorato al miglioramento delle competitività del mercato elettrico italiano sbloccando e snellendo le procedure per l’autorizzazione di nuovi centrali di potenza. Inoltre, in seguito al black out verificatosi nel settembre del 2003, per assicurare l’approvvigionamento energetico, ha autorizzato la ripresa di esercizio dei vecchi impianti inquinanti in deroga alla normativa sulle emissioni in atmosfera.
Infine, per venir incontro alle richieste di riduzione dei costi aziendali di produzione di energia elettrica da fonti fossili, ha permesso la riconversione a carbone delle centrali a olio avanzando tre motivazioni:

  1. aumento della sicurezza dell’approvvigionamento;
  2. riduzione delle emissioni;
  3. riduzione dei costi aziendali di produzione di energia termoelettrica.

Ma le cose non stanno propriamente così.
Con la riconversione a carbone delle centrali ad olio si riduce solo una piccola parte dei rischi connessi all’approvvigionamento, il prezzo del mercato del carbone ad oggi è il più basso solo grazie agli ingenti sussidi statali e le maggiori emissioni di CO2 sono attribuite all’uso del carbone