La battaglia di Kyoto

  • 3 Ottobre 2006

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La nuova edizione del Pna continua ad andare stretta alle lobby energetiche, nonostante i bilanci XXL.

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Continua senza sosta anche nel nostro Paese la battaglia per l’applicazione del protocollo di Kyoto. Come riportato nelle ultime settimane anche da e-gazette, il clima, non solo quello meteo, è rovente: da una parte gli industriali, dai termoelettrici ai petrolieri, e dall’altra il ministero dell’Ambiente che ha presentato a Bruxelles la nuova versione del Piano nazionale di allocazione delle emissioni (Pna).

Oggetto del contendere è la direttiva Emission Trading. Come noto, l’Europa ha fissato un tetto – azienda per ogni azienda, ciminiera per ciminiera – alle emissioni di anidride carbonica. Chi supera tale target deve acquistare sul mercato libero delle emissioni quote di “diritti di emissione” in quantità pari a neutralizzare le proprie emissioni in eccesso. Ed è evidente che tale pratica si trasforma in un costo importante per l’azienda, che si vede in ogni caso aumentare le spese. Due le conseguenze dirette: alzare i prezzi (e perdere di competitività rispetto ai concorrenti). oppure ridurre gli utili (e perdere di valore).
Viceversa, chi è sotto la quota di emissioni può vendere la differenza tra il tetto massimo assegnatogli e quello che in effetti emette. In questo caso, l’azienda riceve dalla vendita delle quote un incentivo, un premio, che si traduce in utili più alti oppure in prezzi più bassi (e quindi un aumento di competitività).

L’unico modo per ridurre le emissioni e passare dalla “fase costi alla fase incassi” è investire in efficienza e in riduzione di emissioni. Ora, il nuovo Pna, per contenere la perdita di competitività del nostro Paese, ha assegnato una percentuale maggiore di riduzione delle emissioni a quei settori che meno competono sui mercati esteri e che più emettono, cioè la produzione termoelettrica e la raffinazione. Colpire, invece, settori produttivi come la produzione di piastrelle, il cemento o l’acciaio – che sono forti esportatori – avrebbe gravato pesantemente la competitività del sistema Italia.
Gli industriali italiani, abituati ai mercati protetti, non sono capaci di stare al gioco del mercato, e cercano di riversare sui consumatori questo sovraccosto. In altre parole, cercano di trasformare il meccanismo di premi-incentivi in una tassa indistinta a carico dei consumatori, aumentando la benzina e il gasolio, oppure rincarando i prezzi elettrici. È ad esempio il caso dell’Enel che lo sta già facendo da tempo anche se non ha ancora pagato il sovraccosto di Kyoto, che – come noto – è a consuntivo, un’operazione che aiuta a rimpinguare i già stellari bilanci di Eni ed Enel. Neanche a dirlo che sono insorti i rappresentanti delle categorie chiamate in causa, da Emma Marcegaglia, vicepresidente della Confindustria con delega all’energia, a Pasquale De Vita, presidente dell’Unione Petrolifera e ora anche della federazione energia della Confindustria, per dire che l’industria italiana perde competitività. Ma se l’Emission Trading diventa una tassa indistinta che si scarica sui consumatori, da noi si chiama aiuto di Stato. Le aziende concorrenti dei Paesi in cui l’emission trading è applicato normalmente potrebbero fare subito ricorso a Bruxelles perché loro hanno, invece, sostenuto i costi a differenza delle imprese italiane che così facendo ottengono un ingiusto ricupero di competitività distorcendo il mercato.

Ma consideriamo il quadro oggettivo della situazione:
È un dato di fatto l’impegno dell’Italia a ridurre le proprie emissioni di CO2 del 6,5% entro il 2008-2012, confermato anche da una decisione dell’Ue e dalla legge di ratifica del protocollo di Kyoto 120/2002. Inoltre la Commissione Ue, con la comunicazione Com(2005)703 final, ha dato chiare indicazioni sulla metodologia da adottare per l’elaborazione del Piano e la conseguente riduzione del “tetto” delle emissioni per l’Italia. In fine la “sovra allocazione” dei permessi nel Pna 2005-2007 a favore di molti Stati membri ha determinato uno svantaggio competitivo per le imprese dei Paesi che nel Pna 2005-2007 hanno applicato riduzioni delle emissioni, tra queste Gran Bretagna, Spagna e Italia.
A tutt’oggi il gap dell’Italia dall’obiettivo di riduzione stabilito dal Protocollo di Kyoto è stimato in 97,32 Milioni di tonnellate CO2/anno, per ogni anno compreso tra il 2008 e il 2012. Svariate le ragioni di questo “buco”, ma forse la più importante è rappresentata dall’assenza di un quadro di riferimento europeo di politiche e misure nei settori energetici, dei trasporti e della fiscalità, in grado di guidare gli Stati verso programmi coordinati e adeguatamente finanziati. Al contrario, l’obiettivo della riduzione del deficit, associato a una consolidata difficoltà europea ad armonizzare le politiche e energetiche e fiscali, ha invece privato gli Stati membri di un riferimento comune. Risultato: 11 dei 15 Stati membri del nucleo “storico” dell’Unione sono in difficoltà simili o maggiori dell’Italia.
Ma nonostante le oggettive difficoltà, nessuno Stato membro ha chiesto di rivedere gli impegni dell’Unione europea, o di ridiscutere il Protocollo di Kyoto, che continua a rappresentare una “bandiera politica” della Ue.
Di conseguenza l’Italia deve attrezzarsi al compito, molto ambizioso, di ridurre le proprie emissioni. A questo proposito la risoluzione parlamentare n. 6.00100 del 16 febbraio 2006 impegna l’Italia a rispettare l’obiettivo di riduzione delle emissioni attraverso misure interne che devono coprire almeno l’80% dello sforzo. Questo significa che la possibilità di ricorrere all’acquisto dei permessi e crediti di emissione sul mercato internazionale, che comporta mediamente un costo inferiore alle misure nazionali, è limitata al 20% dello sforzo di riduzione.
Nel dettaglio la direttiva Emission Trading è il primo strumento armonizzato della Ue per la riduzione delle emissioni e al momento è applicata al solo settore industriale.
Gli Stati membri devono sottoporre alla Commissione europea, per l’approvazione, il Pna2 (secondo periodo 2008-2012) e l’approvazione della Commissione è vincolata al rispetto delle indicazioni metodologiche elaborate direttamente da Bruxelles e finalizzate ad assicurare che il settore industriale regolamentato dalla direttiva partecipi allo sforzo nazionale di riduzione delle emissioni.
La metodologia prevede, inoltre, di assumere il 2005 come anno di riferimento. Poiché il 2005 è il primo anno nel quale sono state certificate le emissioni industriali degli Stati membri e, considerato che la certificazione delle emissioni ha messo in evidenza la “sovra allocazione” dei permessi a favore di molti Stati membri, è evidente che l’utilizzazione del 2005 come anno base consente di azzerare la distorsione competitiva determinata dalla sovra allocazione.

L’applicazione della metodologia all’Italia porta ai risultati contenuti nella proposta di Pna2, che prevede, in termini assoluti, un contributo alla riduzione delle emissioni dei settori industriali pari a 37,09 MtCO2/anno, pari al 38% dello sforzo nazionale.
Un risultato diverso, ovvero un “tetto” più alto e una riduzione più bassa, sarebbe possibile solo rinegoziando contestualmente al Pna l’impegno assunto dall’Italia nell’ambito del Protocollo di Kyoto, ma questa ipotesi – oltre ad essere difficilmente praticabile – non è comunque considerata dal programma di governo.

Detto in termini chiari, la proposta di Pna elaborata dal ministero dell’Ambiente non ha alternative, e sarebbe difficilmente gestibile l’ipotesi di proporre al sistema produttivo italiano un’ipotesi più gradevole di Pna, sapendo che i vincoli assunti a livello nazionale ed europeo non consentirebbero l’approvazione del Piano da parte della Commissione.
Un’ultima considerazione in merito alla distribuzione delle riduzioni previste dalla proposta di Pna2: nel Pna1 l’Italia aveva ottenuto un “tetto” più alto, in considerazione della transizione in atto nei settori elettrico e della raffinazione, nonché dell’efficienza degli impianti industriali italiani mediamente superiore a quella europea. Applicando ora la metodologia indicata da Bruxelles, e volendo seguire un approccio finalizzato alla tutela della competitività delle imprese italiane, ne deriva che:

  • Si può confermare in generale il criterio già utilizzato nel Pna1 riguardo all’elevata efficienza media degli impianti industriali, mentre è difficilmente sostenibile per il periodo 2008-2012 la persistenza della transizione nei settori elettrico e della raffinazione;
  • Si deve considerare che il settore termoelettrico e quella della raffinazione sono meno esposti alla concorrenza internazionale rispetto al settore manifatturiero: infatti la capacità di import di energia elettrica è pressoché satura, mentre per il settore della raffinazione è un dato oramai consolidato che la saturazione della capacità di raffinazione a livello mondiale rimuove virtualmente qualsiasi forma di concorrenza. 
Pertanto le riduzioni sono state applicate prevalentemente a questi due settori. La distribuzione delle riduzioni nei settori industriali appare come quella più idonea a minimizzare i costi di attuazione della direttiva e a minore impatto sulla competitività dell’economia italiana.

Secondo le valutazioni basate sui dati consolidati della composizione dei prezzi dell’elettricità e dei carburanti e tenendo conto di un valore medio dei permessi di 22 Euro/tCO2, l’impatto sui prezzi finali dell’elettricità e dei carburanti è stimato rispettivamente in 1,6-2% e 0,2%.

Renzo Gabriel Bonizzi, direttore di e-gazzette

 

Ecco di seguito una stima dei costi per il settore termoelettrico

 Questo articolo è apparso sul notiziario on-line www.e-gazette.it il 24 luglio 2006. 

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