E’ interessante paragonare la capacità di reazione dell’uomo in relazione alla rapidità dei tempi di recupero degli equilibri del Pianeta. Nel caso del buco dell’ozono ci sono voluti 20 anni dal momento della firma del Protocollo di Montreal (1987), che prevedeva la eliminazione dei clorofluorocarburi, all’arresto della rarefazione dello strato di O3 e ce ne vorranno altri 60 per riportare la protezione agli ultravioletti sui valori precedenti al danno arrecato.

Anche nel caso del riscaldamento del Pianeta la risposta internazionale è stata abbastanza rapida. Solo nel 1988 il rischio di un possibile cambiamento del clima, già noto da tempo alla comunità scientifica, colpì l’opinione pubblica a causa di un’estate insolitamente calda. Nel giro di un solo decennio si riuscì a trovare un accordo e venne sottoscritto il Protocollo di Kyoto (1997).

Ma la difficoltà enormemente superiore di contenere le emissioni dell’anidride carbonica spiega come si sia ben lontani anche solo dallo stabilizzare le quantità di CO2 prodotte. Gli ultimi dati del 2004 riferiti ai 40 Paesi industrializzati, ad esempio, indicano un aumento delle emissioni di anidride carbonica dell’1,6% rispetto all’anno precedente. Le emissioni mondiali nel 2010 si assesteranno quindi su livelli del 40-45% più elevati rispetto al 1990. La distanza tra questo andamento e la necessità di dimezzare le emissioni è eclatante.
Insomma, Kyoto ha semplicemente ammorbidito la curva di crescita della produzione dei gas climalteranti, ma è chiaro che nei prossimi decenni si dovrà intervenire in maniera molto più drastica, come ci ricordano gli inquietanti segnali di un’accelerazione del riscaldamento del Pianeta. Uno per tutti, lo scioglimento annuo dei ghiacciai della Groenlandia (10% delle acque dolci del pianeta) che ha raggiunto i 156 km3 , tre volte di più rispetto al recente passato.

Eppure qualcosa sta cambiando nello scenario mondiale. L’ultima posizione di Schwarzenegger, che ha definito obblighi precisi di contenimento delle emissioni climalteranti per la California, può essere letta come una mossa intelligente nella corsa alla rielezione come governatore, ma rappresenta un ulteriore schiaffo alla politica del clima di Bush. Il presidente Usa è in tale difficoltà su questo fronte, che circolano voci di una nuova posizione della amministrazione (una Kyoto annacquata) che riduca le difficoltà dei repubblicani nella gara per le elezioni presidenziali del 2008.

Dunque, se pure emergono novità interessanti nella ecodiplomazia, resta il fatto che nella maggior parte dei Paesi le emissioni sono molto lontane dagli obiettivi di riduzione e che le strategie avviate sono finora inadeguate. Non si registra, tra l’altro, quel salto nell’impegno di ricerca tecnologica che sarebbe necessario. Trenta anni fa i Paesi ricchi, impauriti dalla prima crisi del petrolio, si impegnarono maggiormente su questo fronte.
Per invertire la tendenza occorrerà certo puntare sull’innovazione, in particolare nei comparti dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Ma si dovranno responsabilizzare molto di più i vari livelli istituzionali e gli operatori industriali.

In Italia, in particolare, sarebbe auspicabile una seria cabina di regia con i Ministeri interessati e le Regioni. Le Regioni dovrebbero essere coinvolte attraverso la ripartizione di una parte dell’obiettivo di Kyoto, in modo da premiare le più efficienti. Anche gli Enti locali dovranno essere in prima fila nella battaglia del clima. Insomma: c’è molta strada da fare.

Gianni Silvestrini
Drettore scientifico del Kyoto Club

Questo articolo sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista “Clima”.

11 settembre 2006