In questi giorni le prime pagine dei giornali e le televisioni hanno ricordato con grande enfasi i 20 anni dall’incidente di Chernobyl, con le sue conseguenze sulle popolazioni, ancora non completamente valutate in termini di vite umane colpite, i suoi errori tecnici ed umani, le sue difficoltà attuali a trovare un assetto completamente sicuro per le centrali chiuse ma ancora attive, le sue implicazioni sul possibile rilancio nel mondo di una opzione nucleare per produrre energia in modo sicuro.

Sempre di nucleare si parla in queste settimane per la scelta dell’Iran di realizzare un proprio progetto di arricchimento di uranio, basato su tecnologie non controllate di importazione asiatica, volte a dotare il Paese di armi con testata atomica piuttosto che di centrali per la produzione di energia.
Su questo progetto la comunità internazionale e l’AIEA si dichiarano molto preoccupate per la scarsità di informazioni e di controlli accurati.

In entrambi i casi torna prepotentemente la paura di un olocausto nucleare e si accentuano nuovamente le preoccupazioni su una tecnologia, che pur notevolmente migliorata e resa più sicura, evoca ancora, sia sul piano militare e sia sul piano civile, il grande rischio di una ecatombe a largo raggio per gli effetti nocivi della radioattività intrinseca al processo ed ai materiali usati.
Ma la stampa ed i mass-media non mancano ogni giorno di ricordarci anche che il petrolio sta diventando una fonte sempre più rara e più cara. Il suo prezzo sulle piazze internazionali ha toccato i 75 dollari al barile e molti analisti prevedono che presto sfonderà il tetto degli 80 dollari e, forse anche oltre, nei prossimi mesi.

Le cause di questa lunga corsa del prezzo del barile sono ben note: la forte domanda, soprattutto da parte di Paesi come la Cina e l’India che si stanno modernizzando rapidamente e che hanno una grande fame di energia; la scarsa offerta per i mancati investimenti da parte dei paesi produttori, cui si aggiunge le strozzature del sistema di raffinazione alle prese con prodotti sempre più sofisticati che trovano difficoltà ad essere realizzati per la scarsa propensione delle compagnie petrolifere ad ampliare la capacità produttiva ed a realizzare nuovi impianti di cracking.

Ma dietro l’angolo di questa forte impennata del prezzo del greggio c’è anche il timore che stiamo arrivando al famoso “picco di Hubert” e cioè al momento in cui la produzione di petrolio non sarà più in grado di far fronte alla domanda ed inizierà un lento declino da tutte le strutture di estrazione di greggio tradizionali (con esclusione quindi dei greggi sintetici o da sabbie bituminose).
A conferma di questa tesi ci sono molte analisi da parte di grossi Istituti ed Agenzie (incluso il DOE) che sostengono che ben difficilmente si troveranno nei prossimi anni grandi giacimenti di petrolio, in grado di far aumentare la produzione allo stesso livello in cui aumenterà la domanda nel mondo che, secondo un recente studio dell’OPEC, dovrebbe crescere del 36% al 2025 e raggiungere così i 113 milioni di b/g contro gli attuali 83 milioni di b/g. Ciò significa 30 milioni di barili/giorno di più, di cui 20 circa a carico dell’OPEC e 10 a carico dei paesi OCSE.

Quindi dovremo “raschiare” il fondo del barile finché sarà possibile ed economicamente realizzabile (instabilità e guerre permettendo); poi, dovremmo iniziare a pensare a come sostituire il petrolio ed i prodotti petroliferi (soprattutto per il trasporto) con altri prodotti disponibili.
Accanto a queste due grandi preoccupazioni che riguardano il nostro futuro energetico, e cioè sempre meno petrolio e nucleare ancora incerto e poco sicuro, c’è un terzo timore che si sta sempre maggiormente consolidando nella percezione del grande pubblico; e cioè che il pianeta si stia riscaldando per effetto dei gas serra e che quindi il tempo a disposizione per invertire la crescita di queste emissioni di natura antropica, provenienti dall’uso di combustibili fossili, stia scadendo.

Se non vogliamo correre il rischio di un male ancora peggiore della fine del petrolio abbiamo quindi pochi anni per cambiare rotta.
In questo ambito bisogna tenere conto che oltre al petrolio, ed in misura minore il gas, il grande imputato nella crescita di CO2 in atmosfera è il carbone di cui, soprattutto in Asia ma anche in USA, si fa un largo uso nelle centrali elettriche per i suoi bassi costi e per la sua larga disponibilità.
Peraltro gli effetti deleteri delle emissioni inquinanti in atmosfera nelle grandi città (da Pechino a New Delhi e da Milano a Città del Messico) oltre che dalla combustione dei fossili (e quindi del petrolio e soprattutto del carbone) nascono anche dall’uso smodato e caotico delle auto e dei mezzi pesanti su strada che bruciano prodotti petroliferi e rilasciano particolati ed altri prodotti velenosi.

Oggi è ben difficile quindi dire se si ammalano più persone per l’uso delle fonti fossili (incluso i carburanti) oppure per guerre e terrorismo.
In aggiunta, il pericolo che lo scioglimento dei ghiacci e l’aumento della desertificazione possa cambiare l’assetto climatologico e geoeconomico di molte parti del mondo è fortemente avvertito da tutte le Istituzioni, da molti governi e da una larghissima parte della popolazione, soprattutto dei paesi, come il nostro, che ha una forte sensibilità ai problemi ambientali ed è disposta quindi a fare scelte più virtuose e più sostenibili.
Quale delle tre grandi paure che ci sovrastano in questo inizio di secolo e che hanno come riferimento il nostro futuro energetico, peserà di più nelle nostre scelte future ? Difficile dirlo.

La mancanza del petrolio e dei carburanti ci preoccupa molto perché non siamo ancora pronti con i prodotti sostitutivi e con auto diverse da quelle attualmente in produzione che tutti noi abbiamo (fino a 3 per famiglia).
Senza auto peraltro verrebbe a mancare una delle esigenze a cui teniamo di più e cioè la mobilità individuale ed il confort di poter scegliere dove e come viaggiare.

La carenza di elettricità per l’esclusione del nucleare di cui abbiamo grandi timori ancora, ci preoccupa altrettanto, perché tutta la nostra vita ormai ruota intorno alle prese di elettricità ed ai suoi apparati domestici ed industriali.
Senza elettricità non avremo computer, televisori, condizionatori, cellulari ed altri apparecchi di cui sentiamo sempre più il bisogno.
Infine il cambiamento del clima e l’accentuarsi di eventi catastrofici non può che terrorizzarci perché si tratta di fenomeni non controllati ed altamente pericolosi. Che fare allora?

Molti governi hanno già cominciato a pesare le varie opzioni energetiche per i loro Paesi e, tenendo conto dei fattori e delle preoccupazioni espresse, si stanno orientando per alcune strade che hanno il denominatore comune di uscire dalle soluzioni già percorse (nucleare, petrolio, carbone, etc.) per disegnare percorsi nuovi e più difficili che passano attraverso una maggiore efficienza di uso dell’energia, un diverso assetto e contributo tra fonti tradizionali e fonti rinnovabili ed un nuovo modello di consumi.
Sono i governi di Paesi nord-europei, che peraltro dispongono anche di grandi risorse idriche e di popolazioni molto ben informate sulle varie scelte energetiche da fare.

Ma segnali di cambiamento vengono anche dalla vecchia Europa (Francia, Germania, Regno Unito) dove viene incentivato molto il risparmio e l’efficienza energetica e l’uso di fonti alternative al petrolio.
Certi Paesi inoltre, investendo molto nell’innovazione e nella ricerca, stanno tentando di trovare anche soluzioni nuove per un uso più efficiente delle risorse disponibili o per abbattere le emissioni di gas serra nei processi di combustione dei fossili, in modo da conciliare esigenze di sicurezza e disponibilità con la necessità di avere comunque uno sviluppo ambientalmente sostenibile.

Mentre queste scelte vengono fatte altrove, ancora una volta il nostro Paese aspetta, preso dalle tante paure che si affacciano nel suo scenario energetico, preoccupato dalla sua forte dipendenza dai combustibili fossili a cui non sa rinunciare, schiacciato dal peso di una bolletta energetica ormai insostenibile, diviso se scegliere il carbone o il gas, le grandi infrastrutture o i piccoli impianti di generazione, ma, comunque indeciso e titubante su come affrontare il suo “domani” nel settore più importante per il suo sviluppo e la sua crescita economica e sociale che è quello dell’energia.

Il non scegliere è la sua parola d’ordine il suo “vademecum” perché così facendo realizza un duplice obiettivo: non contrastare le spinte locali a “non fare” e continuare ad essere preoccupato …sul suo futuro energetico!

Edgardo Curcio