Cindia in bilico

  • 19 Aprile 2006

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Il rapporto annuale "State of the World" elaborato dal Worldwatch Institute mette a fuoco problematiche decisive per il futuro del Pianeta. L'edizione 2006 si apre con un capitolo dedicato a Cina e India, due Paesi chiave.

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L’analisi di Christopher Flavin e Gary Gardner riconosce l’importanza economica e geopolitica dei due giganti asiatici: entrambi i Paesi, seppure seguendo percorsi diversi, hanno tratti in comune; attraverso investimenti in ricerca e istruzione, specialmente d’elite, hanno creato la più rapida crescita del ceto medio a livello mondiale, riducendo quindi notevolmente la povertà. La popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno è passata tra il 1980 e il 2001 dai due terzi in Cina e oltre la metà in India rispettivamente al 17% e 35%, anche se portando il livello a due dollari al giorno si osserva che sono 800 i milioni di indiani e 600 di cinesi che vivono in tali condizioni. Le differenze sociali anzi aumentano e portano a massicci fenomeni di urbanizzazione (vi sono 35 città con più di un milione di abitanti in India e 45 in Cina) difficilmente arginabili tanto che recentemente il Partito Comunista Cinese ha ammesso che la crescente iniquità sociale è il problema centrale per la crescita dell’economia del Paese.

Con riferimento ai danni ambientali il rapporto cita le condizioni delle acque e dell’aria. Per le prime, la Cina con l’8% delle risorse idriche mondiali deve soddisfare il fabbisogno del 22% della popolazione mondiale e il nord del Paese è ormai quasi arido; in India si stima che solo il 10% delle acque di scarico è soggetto a trattamento, il che comporta gravissimi danni per i corsi d’acqua.
Altrettanto preoccupante la stato dell’aria: delle 20 città con l’aria più inquinata del mondo, 16 si trovano in Cina.

Analizzando la questione energetica, il carbone è la fonte principale e copre i due terzi dei consumi in Cina e la metà in India, con rispettivamente 957 e 205 MTep nel 2004, contro i 564 degli USA.
Tale combustibile viene spesso utilizzato in maniera inefficiente e altamente inquinante, e comunque non è sufficiente a soddisfare il fabbisogno di energia elettrica, tanto che nelle estati del 2004 e del 2005 in Cina e India si sono verificate delle interruzioni di servizio che hanno costretto molte aziende a usare generatori autonomi, con gravi danni all’economia. Le pressioni sulle aziende elettriche pubbliche sono molte, sia in termini di qualità che di estensione del servizio (in India quasi la metà degli utenti domestici non è collegato alla rete elettrica) e le riforme necessarie per liberalizzare questo mercato appaiono quanto mai urgenti.

Per quanto riguarda il petrolio, si rileva che la Cina, fino a 10 anni fa autosufficiente, è oggi il secondo importatore mondiale dell’oro nero. L’India è ancora indietro, ma con il picco di produzione in arrivo e i prezzi in aumento, le prospettive per il mondo sono scoraggianti: se i due giganti, i cui consumi pro capite sono rispettivamente 15 e 30 volte minori di quelli degli USA raggiungessero la metà dei consumi statunitensi, solo la loro domanda (100 mln di barili al giorno) supererebbe l’offerta globale attualmente disponibile.
Carbone e petrolio sono i principali responsabili delle emissioni di carbonio, e la Cina e l’India sono già al secondo e quarto posto al mondo: sebbene nessuno dei due abbia ratificato il Protocollo di Kyoto, le pressioni (anche interne) per un coinvolgimento in futuri accordi internazionali sono sempre maggiori.

Una strategia intrapresa è quella del nucleare, visto che entrambi i Paesi hanno previsto una trentina di nuove centrali nei prossimi vent’anni: anche se tutte venissero realizzate, tale fonte di energia non arriverebbe a coprire il 5% del consumo elettrico.

In Cina l’anno scorso il Governo ha approvato un’ambiziosa legge sulle rinnovabili che incentiverà soluzioni come l’eolico, i biocombustibili e il solare (per il solare termico già detiene il primato con il 75% della capacità mondiale).
Anche l’India punta molto sul futuro, considerando che è il quarto Paese produttore di eolico e che ha una tradizione anche nel biogas e nel fotovoltaico. Gli obiettivi illustrati dal presidente Kalam nel 2005 prevedono un aumento dal 5 al 25% delle rinnovabili.

L’autosufficienza nel settore alimentare è un risultato importantissimo per entrambi i Paesi, in passato devastati dalle carestie. Il consumo dei cereali è in forte crescita ma la produzione in Cina negli ultimi 5 anni è sempre stata inferiore alla domanda, costringendo il Governo ad attingere alle riserve un tempo abbondanti. Tra le cause di tale calo di produzione c’è il sovrasfruttamento delle falde acquifere, fenomeno presente anche in India, dovuto sia all’agricoltura intensiva che all’urbanizzazione. Anche questo problema si riflette sul mondo intero, visto che basterebbero un paio d’anni di cattivo raccolto a innescare un rialzo dei prezzi.

L'”impronta ecologica” ossia le risorse utilizzate e i rifiuti prodotti da un’economia, è circa il doppio della biocapacità interna di entrambi i Paesi (come avviene peraltro in quelli occidentali), e aumenterà presto considerando soprattutto le emissioni di carbonio.

Secondo Xie Zhenhua, direttore dell’Agenzia nazionale cinese per la protezione dell’ambiente, l’incredibile crescita del suo Paese è stata accompagnata da una marcata attenzione per l’ambiente, in quanto «lo sviluppo cinese è uno sviluppo responsabile» e «l’undicesimo Piano quinquennale per l’economia nazionale e lo sviluppo sociale disegna le linee guida per lo sviluppo armonioso dell’economia, della società e dell’ambiente cinesi».

Più critica invece Sunita Narain, omologa indiana di Zhenhua, secondo cui il Sud – India, Cina e loro vicini – non ha alternative se non quella di reinventare il percorso dello sviluppo: «adottando infatti il modello occidentale, il Sud genera squilibri sociali, consuma più risorse e inquina di più, senza però avere gli investimenti necessari a favore dell’equità e della sostenibilità. Investimenti che comunque – accusa Narain – per i Paesi industrializzati si limiterebbero a ripulire le loro città, consentendo però alle emissioni di danneggiare i milioni di poveri del Sud tramite il cambiamento climatico.»
L’ipotesi avanzata è quella di uno sviluppo ibrido, che sposi il meglio del nuovo e del vecchio: ad esempio riguardo all’acqua, l’India dovrà affidarsi alla tradizione costruendo milioni di strutture locali e decentrate, ma anche utilizzare le più moderne tecnologie di riciclo e riuso.

In conclusione, India e Cina sono ancora indietro rispetto alle sfide dell’ambiente, ma stanno adottando metodi nuovi per uno sviluppo sostenibile in grado di adattarsi alle loro società.
La diffusione delle biciclette elettriche in Cina e di sistemi per la raccolta dell’acqua piovana in India sono solo due felici esempi.
Una maggiore cooperazione tra Nord e Sud del mondo favorirebbe ulteriormente tale processo che può e deve costituire un’occasione per cambiare anche il nostro modello di sviluppo.

Worldwatch Institute
State of the World 2006, Edizioni Ambiente, 2006

 

19 aprile 2006

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