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La “vocazione” industriale di Brindisi, il carbone, l’inquinamento e i danni alla salute

Oltre all’inquinamento che provoca la centrale Enel, la Procura di Lecce ha sollevato l'inadempienza della società nello smaltimento di ceneri e polveri tossiche. Sebbene l'area, con altri impianti molto impattanti, abbia ridotto nel tempo il livello di inquinamento, i dati epidemiologici non sono confortanti.

Entro il 2030, al massimo, tutte le centrali a carbone italiane dovrebbero essere chiuse.

A fermarsi soprattutto dovrebbe essere quella Enel di Cerano, a pochi chilometri da Brindisi, la più grande centrale elettrica italiana, con i suoi 2.640 MW, recentemente tornata all’onore delle cronache, non per le solite denunce sull’inquinamento atmosferico che provoca, ma per una inedita varietà, che si potrebbe chiamare “inquinamento cementizio”.

In sintesi, secondo la Procura di Lecce, Enel, pur avendo gli impianti necessari, non ha mai attivato lo smaltimento separato delle polveri e ceneri derivanti dall’uso di olio combustibile pesante e gasolio nella centrale, che talvolta vengono utilizzati al posto del carbone.

Queste polveri sono tossiche per la presenza di metalli pesanti, vanno quindi smaltite separatamente dalle normali ceneri del carbone, che possono invece essere vendute per la fabbricazione del cemento. 

Le ceneri mescolate provenienti da Cerano, secondo la Procura finivano nel cementificio Cementir di Taranto, dando luogo a un cemento tossico e fuori norma, in quanto il loro contenuto in ammoniaca lo indebolisce: fra smaltimento evitato e vendita delle ceneri tossiche, Enel avrebbe così ricavato 523 milioni di euro di indebito profitto.

Per questo i magistrati hanno sequestrato l’impianto, che resta in funzione a patto, però, che entro due mesi si attivi la separazione delle ceneri.

A sua volta Enel ha negato ogni addebito, aggiungendo che se al sequestro seguirà lo spegnimento della grande centrale, ci saranno grossi problemi al bilanciamento della rete meridionale. Per questa ragione, pochi giorni fa la Procura, dopo aver ricevuto 500mila di euro di cauzione da Enel, ha concesso l’utilizzo di alcune vasche per lo smaltimento delle ceneri, evitando la chiusura.

Insomma, una volta ancora il carbone ci sorprende con la sua capacità di danneggiare l’ambiente in modi sempre nuovi e originali: già un anno prima, per esempio, Enel aveva dovuto risarcire i danni a 59 contadini intorno a Cerano, per il rilascio di povere di carbone sui loro campi.

Ma, naturalmente, i danni peggiori il carbone li fa alla salute delle persone, e in questo Brindisi, uno dei poli industriali più importanti del Meridione, ha fatto suo malgrado da laboratorio a cielo aperto per decenni, come ha dimostrato un recente rapporto epidemiologico che ha suscitato meno interesse sulla stampa nazionale della vicenda delle ceneri.

«La nostra città e provincia sono vittime della politica dei “poli industriali” dei decenni passati, che concentrava impianti altamente inquinanti in aree ristrette, portando sì occupazione, ma al costo di un numero incalcolabile di morti e malattie», dice Stefano Alparone, ex consigliere comunale per il M5S di Brindisi.

«Basti considerare che ospitiamo in un raggio di pochi chilometri non solo la centrale a carbone di Cerano, ma anche il petrolchimico Eni, con le sue emissioni di idrocarburi e altri composti organici, quelle della centrale elettrica Enipower, una ciclo combinato a gas da 1.170 MW, e quelle di una piccola centrale a biomasse ospitata in uno zuccherificio, oltre ad altri impianti impattanti. E fino al 2012 era anche in funzione una quarta centrale elettrica, quella a carbone di Edipower da 1.200 MW, vicina al centro abitato e, per non disturbare gli aerei nel vicino aeroporto, dotata di camini alti meno di 60 metri».

Gli effetti di questo assedio industriale li descrive lo Studio Epidemiologico sugli effetti delle esposizioni ambientali di origine industriale sulla popolazione residente a Brindisi, una collaborazione fra Asl brindisina, Dipartimento di epidemiologia della Asl Roma1 e Arpa Puglia, che per la prima volta ha analizzato in dettaglio l’impatto inquinante delle industrie brindisine sul territorio e le conseguenze sulla salute della popolazione fra 1991 e 2014.

In pratica lo studio ha preso in considerazione 223mila abitanti di Brindisi città e Provincia, e ne ha seguito cause di morte e di ospedalizzazione, incrociando questi dati con la presenza sul terreno di tre tipi di inquinamento: polveri PM 10 e anidride solforosa (SO2), dati portati dai fumi delle centrali a carbone, e i composti organici volatili (COV) delle emissioni del petrolchimico

L’inquinamento, ha dimostrato lo studio, era molto pesante nelle aree intorno alle zone industriali, fra gli anni ’90 e primi anni del 2000, ed è poi progressivamente calato, per l’adozione di filtri e per la chiusura di impianti, in primo luogo quella della famigerata centrale Edipower.

In particolare le emissioni di SO2 hanno raggiunto un picco di 50mila tonnellate/anno nel 1995, e oggi sono a 10mila, i PM 10 sono passati da 2.400 t/anno a 300, i COV da 200 t/anno a 1.200.

Nel periodo peggiore, la metà degli anni ‘90, è evidente un aumento, fra zone meno e più inquinate da PM10 e SO2, del 16% della mortalità per tumori maligni (+115% per le leucemie, + 63% per quelli alla vescica), +62% di infarti cardiaci tra gli uomini e +38% di infiammazione di bronchi e polmoni fra le donne.

Un aumento di mortalità, anche se meno estremo, per le stesse cause si registra anche nelle aree più inquinate dai COV del petrolchimico.

Nel periodo 2001-2013 è stato misurato invece il rischio di ricovero, in rapporto all’inquinamento e si è trovata una relazione per diabete, malattie neurologiche, patologie cardio e cerebrovascolari, con un rapporto molto forte per l’inquinamento da SO2.

L’esposizione ai COV è invece associata a un aumento di malformazioni congenite nel primo anno di vita, ma non più dal 2010 in poi.

Fra periodo 2000-2004 e il 2010-2013, infatti, l’aumento del rischio di ricovero fra zone più inquinate e zone meno inquinante, pur persistendo, è diventato un quarto per la SO2 e la metà per i COV, a dimostrazione che la situazione è migliorata.

«Un calo certo positivo, ma non del tutto rassicurante, perché i fumi che ci siamo respirati dalla nascita in poi, agiranno magari fra decenni, provocando tumori che altrimenti non ci sarebbero stati», ricorda Alparone.

«Uno studio Cnr del 2015 ha stimato che la sola centrale Enel provochi fra i 7 e i 44 morti in più ogni anno, quindi, anche se ormai funziona a ritmo ridotto, grazie alla riduzione dei consumi e alla diffusione di fotovoltaico eolico, prima la si chiude e meglio è».

Il destino industriale di Brindisi, comunque, non sembra in discussione. In un convegno organizzato a ottobre dalla Confindustria locale, il ministro per il Mezzogiorno Claudio de Vincenzi ha detto: «Non ritengo che il futuro di questo territorio sia legato esclusivamente al terziario, ai servizi e al turismo. L’industria mantiene un ruolo centrale, perché è cuore pulsante che traina gli altri».

Enel, nella stessa occasione, ha ribadito che Cerano, nonostante i recenti guai, resta aperta, anzi auspica che presto torni alla piena operatività, per far fronte alle richieste di dispacciamento di Terna. Il suo destino finale, per Enel, andrà valutato solo dopo il 2019.

Forse potrebbe essere convertita al gas, usando quello del nuovo, e contestatissimo, gasdotto Tap?

«Veramente il gasdotto Snam passa già a pochi chilometri da Cerano; avessero voluto convertirla a metano lo avrebbero potuto già fare. E certo non lo faranno grazie al Tap, che rimane opera inutile per l’Italia visto che il suo gas è destinato all’Europa del Nord», dice Alparone.

«Piuttosto che cambiare un combustibile fossile con un altro, bisognerebbe concentrarsi sulla dismissione della Centrale di Cerano, investendo in efficienza, risparmio energetico e autoproduzione da impianti rinnovabili».

Quanto al futuro industriale di Brindisi, forse sarebbe il caso di riprogettarlo partendo dal risanamento dell’enorme discarica di Micorosa: 1,5 milioni di metri cubi di fanghi tossici accumulati dal petrolchimico, su 44 ettari di terreno a un passo dal mare, contenenti metalli pesanti, cloruro di vinile, pesticidi, idrocarburi.

Ma se il buongiorno si vede dal mattino, la cosa non promette bene: secondo una inchiesta de Il Fatto Quotidiano, i 19 milioni di euro investiti dallo Stato nella bonifica sono finiti, anche grazie a ribassi esagerati nelle aste d’appalto, a società che nasconderebbero personaggi in odore di mafia, già inquisiti per la gestione di altre discariche in Sicilia.