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Le prospettive industriali della decarbonizzazione in Italia

Il tessuto produttivo italiano non poteva cavalcare la prima fase di avanzamento tecnologico e industriale nel settore delle tecnologie low carbon. Oggi però ci sono le condizioni, se sostenute da politiche adeguate, per valorizzare le sue eccellenze, applicando in chiave innovativa le tecnologie in corso di sviluppo a livello globale.

L’Italia, dopo essere partita in netto anticipo rispetto a gran parte d’Europa, nel corso degli ultimi anni ha visibilmente rallentato il passo nella corsa verso la decarbonizzazione: nell’arco degli ultimi 3 anni la quota di rinnovabili nel paniere energetico nazionale è rimasta pressoché invariata, anzi leggermente in discesa.

La frenata italiana si manifesta mentre a livello globale sembra prendere corpo il Big Green Bang: durante il biennio 2015-2016 circa 565 miliardi di dollari sono confluiti nel segmento delle energie rinnovabili, 451 in interventi di efficienza energetica e 559 nello sviluppo delle reti.

Come illustra efficacemente il modello Hype Cycle ideato da Gartner Inc., strumento diventato oramai standard nel campo dell’analisi delle traiettorie tecnologiche, nel corso degli ultimi anni molte tecnologie legate alla decarbonizzazione hanno intrapreso la “salita dell’illuminazione” (Slope of Enlightenment), avviandosi alla piena maturità.

Pensare che l’Italia potesse essere protagonista in questa prima fase di avanzamento tecnologico e industriale è velleitario.

La salita dell’illuminazione, fase ad alta intensità tecnologica e di capitale, tradizionalmente ha i suoi interpreti ideali in grandi gruppi industriali con caratteristiche da first mover e alle spalle Paesi dalle ambizioni strategiche, come dimostra l’industria fotovoltaica (vedi tabella a destra).

La leadership tecnologica nei settori core della transizione, la capacità di accaparrarsi gli asset necessari in anticipo rispetto agli altri e la possibilità di legare i clienti a onerosi costi di trasferimento (impliciti o espliciti), permette ai first mover, spesso conglomerati o joint venture, di traghettare il mercato verso una dimensione di massa.

Il tessuto industriale italiano, composto al 95% da microimprese, non ha né le capacità strutturali né l’accesso a strumenti finanziari adeguati per essere un incubatore tecnologico e industriale durante la fase di Enlightment.

Le sue eccellenze sono troppo piccole e troppo isolate all’interno del sistema economico nazionale per essere uno dei motori della trasformazione di un paradigma produttivo globale.

Le politiche di incentivazione e di sostegno pubblico al settore, inoltre, sono state probabilmente troppo generose nel corso degli anni ’90 e 2000, caricando sulla fiscalità generale e sui consumatori finali oneri piuttosto gravosi, che nel corso degli ultimi anni, anche per effetto di cause contingenti, hanno progressivamente ridotto il margine di manovra dei nuovi programmi governativi.

Nel corso del prossimo decennio, tuttavia, nonostante le lacune normative e le difficoltà finanziarie, le occasioni per il tessuto industriale italiano non mancheranno.

A questa prima fase di sviluppo, infatti, ne seguiranno altre di perfezionamento dei modelli di business, diversificazione dei mercati e specializzazione delle competenze.

L’Italia, a dispetto di una lunga e profonda crisi del comparto manifatturiero, continua ad avere uno dei tessuti produttivi più innovativi al mondo, un elevato tasso di complessità economica e un portafoglio brevetti e modelli industriali ricco e articolato.

Il rapporto Cerved PMI 2016 individua, tramite l’analisi semantica sul web, 12.000 startup (6.000 iscritte e 6.000 non iscritte al registro preposto) e 4.000 PMI (104 iscritte, 3.700 non iscritte al registro preposto) innovative nel sistema industriale italiano.

Le prime generano un fatturato annuo di oltre 2 miliardi di euro, hanno un attivo complessivo di 2,6 miliardi di euro e impiegano circa 24.000 addetti. Le seconde hanno un giro d’affari di oltre 24 miliardi di euro, un attivo complessivo di 29 miliardi di euro e impiegano circa 126.000 addetti.

Le realtà che operano nel settore dell’ecosostenibilità sono circa 2.500, a cui si sommano altre migliaia impegnate in attività collegate direttamente o indirettamente alla decarbonizzazione (Ingegneria, Software e Internet delle cose, Biotecnologie, Ricerca e sviluppo). Un humus ideale per replicare il modello Silicon Wadi, che ha reso Israele uno dei Paesi più innovativi al mondo.

Anche sul fronte delle imprese di dimensioni maggiori, il sistema industriale italiano presenta numerose eccellenze e un assetto complessivo più dinamico di quanto abitualmente traspaia nel dibattito pubblico.

Sono decine le aziende come Tozzi holding, società attiva nell’Oil&Gas e nelle nuove fonti di energia rinnovabile (NFER), o Pietro Fiorentini spa, società con importante know how nel campo del gas naturale e delle NFER, che nel corso degli ultimi anni hanno registrato aumenti del fatturato compresi tra il 50% e il 150% e presidiano già stabilmente nicchie di mercato estremamente strategiche.

Il rapporto Irex 2017, inoltre, pur segnalando una contrazione degli investimenti in utility scale del 27%, registra il sorpasso della quota destinata a operazioni di fusione e acquisizione (39%) rispetto a quella confluita in nuovi impianti (35%). Nel corso del 2016 quasi 400 MW di potenza fotovoltaica hanno cambiato proprietà.

Il rafforzamento della quota di mercato detenuta dai grandi gruppi industriali e dai player finanziari (passati dall’8 a 16%) è una prerogativa essenziale per lo sviluppo del settore e un segnale della maturità industriale del business, come ha dimostrato recentemente la Shale Revolution negli Usa.

Il tessuto produttivo italiano appare perciò pronto alla sfida: normalizzare e applicare in chiave innovativa le tecnologie attualmente in corso di sviluppo a livello globale. E le politiche pubbliche dovranno essere in grado di accompagnare e aprire la strada alle aziende, incentivando gli investimenti strutturali e infrastrutturali, valorizzando il notevole capitale umano di cui dispone il Paese e garantendo l’accesso al credito al tessuto imprenditoriale.

Molti di questi temi sono in discussione nell’ambito dell’Agenda Digitale e del Piano Nazionale Industria 4.0, ma il cammino da fare è ancora lungo. Questa volta, però, è vietato rimanere indietro.