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Petrolio nell'Artico: via libera USA alla richiesta Eni di trivellare nuovi pozzi offshore

Semaforo verde dal governo americano al colosso energetico italiano, che estenderà l’esplorazione oil&gas in Alaska, in una concessione in scadenza a fine anno. Ad aprile Trump aveva firmato un ordine esecutivo per eliminare le restrizioni volute da Obama sull'offshore.

Con grande velocità e suscitando l’opposizione del fronte ambientalista, è arrivato il nulla osta del governo americano alla richiesta Eni di estendere le ricerche petrolifere nell’Artico.

L’agenzia federale per la gestione degli oceani (Bureau of Ocean Energy Management, BOEM) in una nota ha approvato il progetto redatto da Eni US. La società sussidiaria del cane a sei zampe, si legge nel documento, dovrebbe iniziare a dicembre a trivellare 4 pozzi esplorativi nel mare di Beaufort, utilizzando come base operativa Spy Island, un’isoletta artificiale costruita vicino alle coste settentrionali dell’Alaska per supportare l’industria oil&gas.

Nella medesima area, la baia di Harrison, Eni dal 2011 sta estraendo idrocarburi dal giacimento Nikaitchuq.

Secondo il direttore del bureau, Walter Cruickshank, la multinazionale energetica italiana ha presentato un piano esplorativo “solido e ben considerato” che, infatti, ha ottenuto il benestare dell’agenzia dopo che la valutazione ambientale è terminata con esito positivo (Finding of No Significant Impact, FONSI).

“Sappiamo che ci sono vaste risorse di petrolio e gas nel mare di Beaufort - ha aggiunto Cruickshank - e non vediamo l’ora di collaborare con Eni nel loro tentativo di sfruttare questo potenziale energetico”.

Questa decisione è perfettamente in linea con la politica pro-fossili di Donald Trump. Il neopresidente repubblicano, lo scorso aprile, nel suo sistematico smantellamento delle misure verdi di Barack Obama (vedi QualEnergia.it) aveva firmato un ordine esecutivo per ampliare le perforazioni offshore nell’oceano Artico e nell’Atlantico, anche nelle aree che l’amministrazione Obama aveva dichiarato off-limits a dicembre 2016.

Va detto che la parte di mare in cui si trova Eni US non era stata colpita dalle restrizioni di Obama per le trivellazioni artiche. Contro l’ordine esecutivo siglato da Trump, diversi gruppi ecologisti hanno intentato una causa legale, in attesa di giudizio presso la corte federale dell’Alaska.

Il Center for Biological Diversity, un’organizzazione no-profit degli Stati Uniti, ha spiegato in una nota perché il progetto Eni è così rischioso.

Il primo punto critico è la rapidità con cui il BOEM ha dato via libera al piano esplorativo, in appena un mese dalla sua presentazione. La licenza della società italiana per operare nell’area inesplorata, scrivono gli ambientalisti, sarebbe scaduta tra pochi mesi.

L’approvazione del progetto Eni all’ultimo momento (at the 11th hour è l’espressione usata nel documento, letteralmente “all’undicesima ora”), secondo gli oppositori avrebbe impedito alle autorità federali di considerare con attenzione tutti i possibili inconvenienti.

Ci sono tre tipi di rischi: innanzitutto, le eventuali fuoriuscite di greggio stimabili in milioni di litri, impossibili o quasi da contenere e ripulire, data la geografia poco accessibile dei luoghi (pochissime strade, la stazione di Guardia Costiera più vicina a mille miglia di distanza).

C’è poi il potenziale impatto ecologico, dovuto essenzialmente alla fragilità dell’ecosistema interessato dalle future trivellazioni, perché popolato da balene, orsi polari, foche e altri mammiferi, il cui habitat naturale è sempre più minacciato dalle conseguenze del surriscaldamento globale.

Il terzo rischio è dato, più in generale, dall’incremento di emissioni di CO2 associate all’estrazione, produzione e utilizzo di combustibili fossili. Le operazioni offshore nell’Artico, secondo le stime riportate dal Center for Biological Diversity, potrebbero emettere complessivamente fino a 16 miliardi di tonnellate di CO2, l’equivalente di quanto potrebbero inquinare i tubi di scappamento di tutte le auto e tutti i camion in circolazione in America per circa 9 anni.

Le attività di Eni dureranno fino a maggio 2019, ma il cane a sei zampe non potrà produrre idrocarburi: per passare dall’esplorazione alla “coltivazione” servirà eventualmente un permesso specifico.

Certo una scelta di questo tipo cozza contro la presunta strategia “green” della società energetica italiana, come evidenziato recentemente da QualEnergia.it (ENI prova a tingersi di verde, ma sulle rinnovabili ci arriva “tardi e male”).

Finora, a differenza di altre compagnie europee - Total e Vattenfall ad esempio - che hanno avviato programmi di sviluppo molto più orientati verso le tecnologie pulite e il progressivo abbandono delle risorse fossili, Eni è rimasta assai prudente, senza intaccare in profondità il suo core business di petrolio e gas.

Rinnovabili, batterie di accumulo, mobilità elettrica, sono tutti settori destinati ad assumere importanza crescente anche per le aziende più tradizionali, che se non sapranno evolversi, mettendo in discussione le loro certezze industriali, rischieranno di conservare infrastrutture obsolete e non più in grado di generare profitti (stranded asset, vedi anche QualEnergia.it).