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Dalla Francia all’Italia, quanto investono i paesi europei per il clima

La maggior parte delle nazioni è in ritardo nel definire piani e strategie di finanza verde, nonostante gli accordi sottoscritti a Parigi. La Francia ha appena annunciato il suo programma climatico al 2040-2050 con misure concrete per i prossimi 5 anni. L’Italia prima in classifica nell’indice di Germanwatch.

I paesi europei, per il momento e salvo qualche eccezione, hanno le idee poco chiare su quanto dovranno investire per sviluppare un’economia a basso contenuto di CO2.

La finanza verde è ampiamente sottovalutata dagli Stati membri, secondo un recente rapporto pubblicato dall’European Environment Agency (EEA) che ha cercato di mappare lo stato degli investimenti green nel nostro continente.

Con più di una difficoltà, perché nella maggior parte dei casi mancano informazioni e dati che consentano di raffrontare gli impegni su rinnovabili e clima, in particolare quelli sottoscritti a Parigi nel 2015 dalla comunità internazionale, con le strategie adottate per raggiungere tali traguardi.

D’altronde, proprio alla vigilia del G20 che è iniziato oggi ad Amburgo, uno studio curato da diverse organizzazioni ambientaliste segnalava che i governi di tutto il mondo continuano a erogare più fondi pubblici alle fonti fossili rispetto alle tecnologie pulite, con un rapporto di 4 a 1 (vedi l’analisi di QualEnergia.it).

L’Europa, evidenzia il documento preparato dalla società di consulenza olandese Trinomics (Assessing the state-of-play of climate finance tracking in Europe, allegato in basso) dovrà investire circa 177 miliardi di € in più ogni anno nel periodo 2021-2030, rispetto all’attuale flusso di finanziamenti, se vorrà centrare gli obiettivi clima-energia previsti al 2030.

Con un simile vuoto da colmare, osservano gli analisti, i vari paesi dovranno smobilitare urgentemente risorse pubbliche-private in tutti i settori: rinnovabili elettriche, efficienza energetica nell’edilizia, trasporti.

Tuttavia, pochissime nazioni hanno già definito dei piani per monitorare gli investimenti con cui decarbonizzare le loro economie; tra queste il documento cita Belgio, Francia e Germania.

Proprio la Francia ha appena annunciato il suo Plan Climat (allegato in basso) che intende accelerare la transizione energetica verso le rinnovabili, con l’idea molto ambiziosa della neutralité carbone per azzerare le emissioni nette di CO2 al 2050.

Pochi giorni fa, il neoministro della Transizione ecologica, Nicolas Hulot, aveva annunciato che Parigi avrebbe vietato nuove esplorazioni di gas e petrolio nei propri confini territoriali.

Il popolare giornalista-attivista ambientale passato alla corte governativa di Emmanuel Macron, nel presentare il nuovo programma climatico, ha fissato una serie di proposte, alcune di carattere generale, come l’adozione in sede ONU di un patto mondiale per i diritti ecologici e l’irreversibilità della lotta contro il surriscaldamento terrestre, altre invece più specifiche. Vediamo le principali:

  • Vietare la vendita di automobili con motori a combustione interna dal 2040 (vedi anche QualEnergia.it sugli annunci di Vattenfall e Volvo). Il governo sosterrà con un fondo speciale la realizzazione delle infrastrutture per i carburanti alternativi: elettrificazione, gas naturale, idrogeno. Equiparare la fiscalità benzina-diesel nei prossimi cinque anni.
  • Chiudere tutte le centrali a carbone entro il 2022 o convertirle in impianti meno inquinanti, garantendo la sicurezza dell’approvvigionamento elettrico. Per i lavoratori dei settori fossili sono previsti contratti di transizione ecologica per favorire il loro impiego in nuovi comparti.
  • Uscire progressivamente dalla produzione di petrolio e gas sul territorio francese al 2040, senza rinnovare le concessioni esistenti e senza rilasciare nuovi permessi esplorativi per gli idrocarburi.
  • Utilizzare la fiscalità ecologica per finanziare le rinnovabili, ad esempio attraverso un aumento accelerato della taxe carbone proporzionale al contenuto di CO2 dei combustibili fossili.
  • Confermato l’obiettivo del 32% di rinnovabili al 2030, così come l’impegno a rafforzare con gli altri paesi UE il sistema ETS (Emissions Trading Scheme) per elevare il prezzo del carbonio.

Intanto l’istituto tedesco Germanwatch ha pubblicato un’edizione speciale del Climate Change Performance Index (allegato in basso), per misurare lo stato di avanzamento delle politiche pro-rinnovabili nei paesi G20, valutato secondo differenti parametri. In altre parole: quanto siamo vicini, o lontani, dall’obiettivo di limitare il surriscaldamento globale sotto 2 gradi centigradi entro il 2050?

Con una certa sorpresa, il paese primo in classifica, quello che più di tutti sta riducendo la distanza dalla traiettoria dei 2 gradi, è l’Italia, davanti a Brasile, Francia e Germania, come mostra la tabella qui sotto.

Va aggiunto che il nostro paese sta dentro un processo molto severo di deindustrializzazione. Per Germanwatch l’aumento delle rinnovabili negli ultimi anni e la riduzione delle emissioni pro-capite di CO2 sarebbero ono le principali tendenze che spiegano il risultato italiano.

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