Skip to Content
| Segui QualEnergia.it su Facebook Twitter LinkedIn

Quando l’architettura imita la natura: viaggio nella biomimicry

Estetica, funzionalità, design, nuove tecnologie: progettare edifici secondo i principi della “biomimesi” è una frontiera in continua evoluzione, un'architettura che prende spunto dalle specie vegetali e animali per risparmiare energia e vivere meglio. Qualche esempio di costruzione realizzato all'estero e in Italia.

L’architettura che imita la natura, “biomimicry” in inglese, è una frontiera che si sta evolvendo rapidamente, anche se non è una novità assoluta. Gaudí è stato un pioniere con i suoi edifici modernisti, ispirati alle forme vegetali e animali, mentre l’architettura organica, cioè capace di dialogare e integrarsi alla perfezione con l’ambiente circostante, è stato il cavallo di battaglia di Frank Lloyd Wright già negli anni '30. Ben prima, insomma, che si cominciasse a parlare di “smart cities” e “smart buildings”, città e costruzioni intelligenti, così definite perché sono in grado di consumare pochissima energia grazie alle tecnologie più innovative.

Il dibattito attuale sull’edilizia verde è strettamente legato al futuro dei nostri centri urbani, alla qualità della vita delle persone, alla necessità di ridurre l’inquinamento atmosferico e risparmiare energia. La biomimicry in questo contesto diventa ancora più interessante: moltissimi esempi delle sue varie si possono trovare in una banca dati con oltre 1.800 applicazioni biomimetiche in vari settori (design, energia, trasporti, materiali eccetera) gestita dall’associazione no-profit Biomimicry Institute, fondata dalla scienziata americana Janine Benyus (link in fondo).

Il Bosco verticale

Rimanendo nell’alveo dell’edilizia sostenibile, l’obiettivo dell’architettura biomimetica è migliorare la vivibilità degli spazi interni (che siano appartamenti, centri commerciali o industriali) e ridurre il fabbisogno di elettricità e calore.

La strada maestra è certamente quella di progettare strutture “passive” con un elevato isolamento termico e, di conseguenza, una richiesta molto bassa di energia. La natura può essere una fonte di ispirazione aggiuntiva per architetti e ingegneri, diventando una sorta di catalogo di prodotti testati in milioni di anni di evoluzione, che possono aiutarci a trovare soluzioni inaspettate.

Non è solo un fatto estetico, come si potrebbe pensare, ad esempio, guardando il Bosco verticale realizzato a Milano dallo studio di Stefano Boeri (immagine sotto, cortesia Studio Boeri) . La vegetazione sulle facciate delle due torri, infatti, contribuisce a creare un microclima con diversi benefici: proteggere dal vento e dall’irraggiamento solare, attenuare l’inquinamento acustico, regolare l’umidità, depurare l’aria sottraendo anidride carbonica e filtrando le polveri sottili.

Come saranno allora le metropoli del domani? Nel mondo ci sono già parecchi esempi di architetture dettate dai principi della biomimetica.

Il cervello di un edificio

Gli uffici Deloitte ad Amsterdam si trovano in un edificio chiamato The Edge. Una delle sue particolarità è l’utilizzo della tecnologia “power over ethernet” che permette di sfruttare un’unica linea digitale, installata nei controsoffitti, per veicolare tutti i dati provenienti da migliaia di sensori per le diverse funzioni: illuminazione led, temperatura, movimento, umidità.

L’ispirazione in questo caso è venuta dalle sinapsi del cervello umano: la connessione digitale è una rete multitasking che governa l’intero complesso. Ciò consente alle persone di controllare e regolare i diversi parametri, come l’intensità luminosa e la climatizzazione dei singoli ambienti, attraverso una semplice interfaccia scaricabile anche sul cellulare. Inoltre, ogni parametro può essere variato secondo il numero di persone che sta effettivamente occupando i diversi uffici.

Termitai e alberi

Altre idee possono arrivare dal comportamento degli insetti. L’architetto Mick Pearce ha fatto scuola progettando il centro polifunzionale Eastgate di 55.000 metri quadrati nel centro di Harare, capitale dello Zimbabwe (foto sotto, cortesia Mick Pearce).

Il concetto è che un edificio è come un organismo vivente, le cui parti si supportano a vicenda per svolgere ogni attività. Pearce è riuscito così a trasporre nel suo progetto la complessa struttura di un termitaio africano, grazie a un sistema di camini laterali e un tunnel centrale che ha consentito di abbattere del 90% il fabbisogno energetico complessivo che, invece, avrebbe richiesto un impianto tradizionale per la ventilazione e il raffrescamento.

Un’altra pietra miliare di Pearce è il complesso CH2 a Melbourne in Australia (12.000 metri quadrati, foto sotto), pensato come una metafora architettonica dell’albero. Tra le sue particolarità c’è la facciata principale interamente di vetro, rivestita da doghe di legno che si aprono/chiudono secondo l’intensità della luce diurna e l’angolazione dei raggi solari.

Ci sono delle turbine eoliche sul tetto, oltre a pannelli solari e un ingegnoso sistema di raffrescamento naturale che comprende dei serbatoi d’acqua contenenti migliaia di palline d’acciaio, a loro volta riempite con PCM, Phase change material, cioè un materiale a cambiamento di fase che in questo caso è costituito da sali idrati. Il materiale ha la capacità di accumulare/rilasciare il calore cambiando il suo stato, da solido a liquido e viceversa.

Sono quindi le palline a raffreddare l’acqua nei serbatoi, rilasciando il calore accumulato in precedenza; l’acqua così raffreddata è immessa nel circuito di pannelli refrigeranti dentro l’edificio, per poi tornare nei serbatoi a una temperatura di 2-3 gradi superiore rispetto a quando era uscita. Il risultato è che non c’è stato alcun bisogno di installare i comuni condizionatori per la climatizzazione interna.