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Politica energetica: il referendum sulle trivelle sia una sveglia per il governo

Con i bassi prezzi di petrolio e gas, il contenzioso sulle trivellazioni anche in Italia sta scemando. Tuttavia il referendum del 17 aprile sarà importante per proporre un'altra politica energetica per il Paese e innalzare l’attenzione di cittadini e governo su rinnovabili, efficienza e mobilità sostenibile. L'editoriale di Gianni Silvestrini.

Per diversi anni il mondo degli idrocarburi ha premuto sul governo italiano per ottenere facilitazioni nelle attività di esplorazione e trivellazione. Con prezzi del greggio sopra i 100 dollari al barile e con elevate quotazioni per il metano, l’attività lobbystica, che ha portato a concreti risultati in termini normativi, era comprensibile. 

Ma, con il petrolio a 30 $ e il calo del prezzo del gas, la situazione attuale è decisamente mutata. Gli investimenti mondiali in questo comparto sono calati del 20% nel 2015 e si prevede una riduzione di 1.800 miliardi $ nel periodo 2015-20. Tutto ciò si traduce nell’abbandono di molti progetti. Dalla Shell che ha lasciato l’Artico, ai fallimenti in atto nel mondo shale. Anche i singoli paesi hanno ripensamenti, come ci ricorda la moratoria sulle esplorazioni nell’Adriatico decisa a gennaio dalla Croazia.

Quali sono le prospettive sul medio e lungo periodo? Certamente i prezzi si alzeranno, ma chi comanderà sarà il livello della domanda ed è ormai chiaro che le dinamiche del passato non si ripeteranno. Anzi, è probabile che, grazie anche all’ormai prossima esplosione della mobilità elettrica, il picco dei consumi verrà raggiunto già nella prima metà del prossimo decennio.

Se a questo elemento di incertezza si aggiunge il rischio della inutilizzabilità di larga parte delle riserve fossili per l’accelerazione delle politiche climatiche, si comprende l’ulteriore cautela che domina nel settore.

Dunque, molto del contenzioso sulle trivellazioni sta evaporando e anche in Italia si moltiplicano gli abbandoni.

Malgrado ciò, è importante che da noi il poco tempo concesso per effettuare il referendum venga utilizzato per avviare una riflessione sulla politica energetica del paese, lanciando dei messaggi positivi, dei forti SI alle rinnovabili, all’efficienza e alla mobilità sostenibile in modo da innalzare l’attenzione dei cittadini e del governo su questi temi.

Il fatto che la questione energetico-ambientale non sia tra le priorità del governo è sconfortante. Specialmente alla luce delle mosse che importanti paesi - come Usa, Germania e Cina - stanno avviando dopo Parigi. E, soprattutto, considerato l’impatto che avrebbero per il sistema Italia molte delle possibili misure intelligenti: pensiamo solo alle ampie ricadute occupazionali di una riqualificazione energetica “spinta” di edifici e quartieri.

Questa mancanza di attenzione offusca l’immagine del governo, che si trova in una crescente difficoltà su più fronti: dalle controverse trivellazioni al piano dei siti per il deposito nucleare continuamente rimandato ai fenomeni di grave inquinamento dell’aria mal gestiti alla paralisi del comparto delle rinnovabili, dall’attacco continuo alla generazione distribuzione e all’autoconsumo al “Green Act” nel cassetto da oltre un anno, fino alla mancanza di strategie per gli obiettivi al 2030.

Per finire, con l’assenza di uno scenario di decarbonizzazione del paese su lungo termine che rischia di consentire l’avvio di progetti e investimenti che risulteranno “stranded”, inutilizzabili.

Ci sono, naturalmente, anche dei provvedimenti interessanti da valorizzare - dal nuovo Conto termico, al biometano, alle piste ciclabili, al Collegato ambientale – ma manca totalmente una visione, una prospettiva. 

Anche l’Italia dovrà comunque riprendere un percorso virtuoso. Fra qualche mese sapremo quali saranno gli obiettivi da raggiungere al 2030 nell’ambito dell’Effort Sharing. La distribuzione tra i vari paesi dei targets per ridurre del 30% le emissioni dei gas climalteranti dei settori non ETS rispetto al 2005, imporrà finalmente un’accelerazione delle politiche climatiche. Perché si sa che, con gli attuali strumenti, manca all’appello un terzo delle riduzioni delle emissioni necessarie. E, peraltro, nell’ambito delle revisioni periodiche previste dall’Accordo di Parigi, gli obiettivi 2030 verranno innalzati con la necessità di avviare politiche decisamente più incisive delle attuali.

Facciamo dunque in modo che il Referendum segni l’inizio di un’inversione di tendenza delle politiche energetico-ambientali del paese.