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Il disastro di Porter Ranch e l’evanescente mano che dà il metano

La gigantesca fuga di gas in California non ha soluzioni in vista e avrà un effetto pesantissimo sul clima. Un evento che fa riflettere sull'opportunità di puntare sul gas come 'fonte ponte' per la transizione energetica: le controindicazioni sono troppe e non riguardano solo la sicurezza.

Back to basics: “Un gas non ha un volume proprio ma tende a occupare tutto lo spazio a disposizione, e assume la forma del contenitore che lo contiene, riempiendolo”. Può suonare banale, ma di tanto in tanto le nozioni scientifiche basilari imparate a scuola tornano utili. Teniamo dunque bene a mente questa fondamentale caratteristica delle sostanze gassose, che differenzia questo stato della materia da quello liquido in cui invece la sostanza possiede un volume proprio. Non è una differenza da poco: se il contenitore non c’è o perde l’ermeticità, un gas si disperde in atmosfera senza alcuna possibilità di poterlo confinare in qualche modo.

Il disastro in atto a Porter Ranch, California

E’ ciò che sta accadendo da più di due mesi a Porter Ranch, vicino Los Angeles, dove una enorme fuoriuscita di metano da un pozzo usato a scopo di stoccaggio in un impianto gestito dalla società californiana SoCalGas ha sconvolto la vita della comunità residente nei paraggi, richiedendo l’evacuazione di più di 1800 famiglie con molte altre in lista d’attesa.

Si tratta di una perdita immane, pari a 1200 tonnellate di metano al giorno, con un potenziale climalterante (il metano è un gas serra molto più potente della CO2) pari al 25% delle emissioni dell’intera California.

Ma quello che è più grave è che non c’è una soluzione immediata in vista, e nonostante l’incessante lavoro dei migliori esperti in circolazione, per contenere la fuoriuscita di metano potrebbero essere necessari più di tre mesi. Sebbene invisibile ai nostri occhi (per visualizzare la colonna di gas che fuoriesce dal terreno sono necessarie telecamere a raggi infrarossi), l’incidente di Porter Ranch è da considerarsi uno dei più gravi occorsi negli USA fra quelli legati all’estrazione di combustibili fossili.

Questa vicenda assume particolare rilievo in un contesto nel quale molte corporation del settore oil & gas fra cui Eni, duramente colpite dal crollo delle quotazioni del greggio e dall’appeal sempre più scarso delle fonti fossili, stanno spingendo verso un più largo sviluppo del gas naturale a scapito del petrolio e soprattutto del carbone.

Un "ponte" con diverse controindicazioni

Secondo le major del settore, ma anche secondo alcuni governi proni ai loro interessi, il metano, il combustibile fossile con il minor contenuto di carbonio a parità di energia prodotta, avrebbe tutte le carte in regola per giocare il ruolo di fonte energetica “ponte” nella transizione verso un’economia decarbonizzata. Vale dunque la pena di vederci chiaro e analizzare più a fondo la sensatezza di questa posizione.

La prima domanda da porsi è: di quale gas stiamo parlando? Il gas naturale è la più geograficamente concentrata fra le risorse energetiche: i più grandi giacimenti di gas convenzionale sono situati in soli tre Paesi: Russia, Qatar e Iran, che insieme contano quasi il 50% delle riserve mondiali stimate. Tanto per cominciare, non sembra un’idea magnifica per paesi importatori come l’Italia dover continuare a dipendere da un limitato ventaglio di paesi produttori e dalle potenziali minacce di chiusura dei rubinetti di tutti i paesi attraversati dai gasdotti…

Ci sono poi i depositi di gas non convenzionali, su cui gli USA hanno puntato molto con lo sviluppo delle tecnologie di perforazione orizzontale e fratturazione idraulica (shale gas), che però non sono affatto additabili come un esempio da seguire se pensiamo al loro pesante impatto ambientale, all’elevato consumo d’acqua, alla sismicità indotta, alla scarsa produttività dei pozzi e al basso ERoEI. E poi, certo, ci sono le nuove scoperte come quella recente di Eni al largo delle coste egiziane, di cui è ancora prematuro valutarne la reale portata e l’effettivo ritorno energetico.

Ma proseguiamo con ordine: cosa si può fare con il gas e quali combustibili possono essere efficacemente rimpiazzati? Anche qui emergono alcune criticità: sostituire il petrolio e i suoi derivati con il metano è possibile o economicamente conveniente solo per alcuni usi finali, perché a differenza degli idrocarburi liquidi il metano, proprio in quanto gas, ha una bassissima densità energetica per unità di volume, e quindi non può essere preso in considerazione come tale per tutti gli usi che richiedono una fonte concentrata di energia quali ad esempio il trasporto aereo, il trasporto pesante su gomma e via mare, i mezzi d’opera.

Le alternative sono quelle di utilizzare il metano in forma liquefatta a bassissime temperature o in forma gassosa ad elevate pressioni, ma in entrambi i casi si tratta di opzioni di dubbia economicità, con problemi non da poco di tipo logistico e di sicurezza.

Rinnovabili, efficienza ed elettrificazione

D’altra parte, se guardiamo alla produzione elettrica e ipotizziamo di sostituire le inquinanti centrali a carbone con impianti a gas a ciclo combinato, il beneficio c’è, specie se il calore residuo prodotto viene utilizzato ad es. nelle reti di teleriscaldamento.

Ma qui nasce un’altra, ben più importante domanda: quali sono le applicazioni del metano che non possono oggi essere rimpiazzate dalle fonti rinnovabili? Perché se transizione deve essere, ha poco senso passare al gas laddove sono già disponibili delle alternative mature fossil free. La crescita impetuosa delle energie rinnovabili nell’ultimo decennio ha riguardato, come sappiamo, in primo luogo la produzione di elettricità.

Nonostante gli assurdi freni regolatori opposti dagli ultimi governi, l’Italia copre ormai il 40% del suo fabbisogno elettrico con le rinnovabili, e la crescente economicità dei moduli fotovoltaici, il cui costo è diminuito di 7 volte negli ultimi dieci anni, sta rapidamente ridisegnando il mercato dell’energia rendendo obsoleti i piani energetici nazionali elaborati solo pochi anni fa.

Parallelamente, lo sviluppo delle smart grid basate su tecnologie digitali e la disponibilità di efficienti sistemi, anche su scala domestica, di accumulo dell’energia prodotta permettono oggi di superare il problema della naturale intermittenza della produzione da fonti rinnovabili e rendono possibile raggiungere l’obiettivo, cosa impensabile fino a pochi anni fa, di stabilizzare la rete elettrica bilanciando la potenza fornita con la domanda anche durante i picchi.

Ma non è tutto: l’esplosione delle rinnovabili elettriche e la maturità di tecnologie come l’eolico e il fotovoltaico si accompagnano al trend probabilmente inarrestabile dell’elettrificazione del sistema energetico globale, che vedrà un numero sempre maggiore di usi finali dell’energia soddisfatti dalla produzione di elettricità: pensiamo solo alla imminente rivoluzione dell’auto elettrica o alla diffusione dei condizionatori a pompa di calore per il riscaldamento domestico.

A proposito di riscaldamento, l’uso del gas non potrà che ridimensionarsi man mano che si procederà con la indispensabile riqualificazione energetica del patrimonio edilizio, essenziale per abbattere le emissioni di CO2 nel settore civile. In virtù di tutto ciò, la prospettiva di un impiego più spinto del metano nel prossimo futuro appare quantomeno anacronistica.

Lo spazio per il gas si sta rapidamente erodendo

In un simile scenario a così rapida evoluzione nel quale le fonti rinnovabili stanno conquistando un ruolo sempre più rilevante, si ricava l’impressione che lo spazio per un uso crescente del metano nel quadro di una soluzione ponte che copra un arco temporale di 20 o 30 anni si stia rapidamente erodendo. Anche perché se si vuole rendere economicamente conveniente il gas dei nuovi giacimenti c’è bisogno di gasdotti che congiungano i luoghi di produzione con quelli di utilizzo (l’alternativa è il trasporto navale del gas liquefatto seguito dalla rigassificazione, che aumenta di molto i costi e diminuisce sensibilmente l’ERoEI), ma la realizzazione di gasdotti implica tempi lunghi e rischi rilevanti di conflitti per ragioni geopolitiche (vedi le recenti gravi tensioni fra Russia e Ucraina).

Ma dopotutto, il problema principale del gas è proprio il fatto di essere un gas: il caso dell’incidente di Porter Ranch ci sta a ricordare che le fuoriuscite grandi e piccole di metano durante ciascuna delle fasi di estrazione, lavorazione, stoccaggio e trasporto, fino alla distribuzione capillare nelle condutture delle nostre città, aggiungendo altre emissioni a quelle derivanti dalla combustione, di fatto riducono sensibilmente, se non quasi completamente, il beneficio teorico del gas naturale rispetto alle altre fonti fossili (si vedano i vari studi sull'impatto climalterante delle fughe di gas lungo la filiera, ndr).

D’altra parte, ridurre drasticamente le dimensioni delle fuoriuscite non intenzionali di gas lungo l’intera filiera significa far lievitare i costi di manutenzione delle infrastrutture ed effettuare cospicui investimenti, che da un lato renderebbero il metano ancora meno conveniente delle rinnovabili, e dall’altro configurerebbero il passaggio al gas naturale non più come una soluzione transitoria ma come un’opzione di lungo termine, il che è inaccettabile perché sposterebbe troppo in là nel tempo l’uscita dalle fonti fossili.

Insomma, il fortunato slogan pubblicitario secondo cui “il metano ti dà una mano” suona oggi un po’ datato: la sensazione è che “la mano” che il metano è in grado di dare a una civiltà che ha tutto l’interesse a virare bruscamente nella direzione delle energie rinnovabili si stia rapidamente indebolendo, anzi stia metaforicamente e letteralmente evaporando. Proprio come un gas.

(Articolo originariamente pubblicato sul blog di Stefano Ceccarelli "Stop fonti fossili!", riprodotto con il consenso dell'autore. Neretti, immagini e titoli a cura di QualEnergia.it)





Commenti

@roberto

Mi permetta di ricordarle che decine di piccoli reattori nucleari sono in viaggio nello spazio senza controllori, anche se si tratta di tutt’altra cosa (non dell’EPR da 1600 MW).
Ripeto la mia voleva essere solo una modestissima ipotesi in argomento di tecnologia di transizione, se vuole provocatoria. Magari qualche addetto ai lavori ci fa un pensierino. Non mi sembra il caso di farla diventare fonte di sterile polemica.
Dato che frequenta ambienti EDF se le capita di passare (con calma, non c’è fretta) da Flamanville, ci comunichi le previsioni aggiornate di AREVA per il parallelo commerciale del generatore Arabelle 1750 MW. Le ultime previsioni dicevano 2016 (2012 secondo programma!). Inutile passare da Penly: l’EDF dice che ne ha già abbastanza di Flamanville. E passando non distragga gli operatori dei reattori esistenti. Chernobyl non docet nulla!

@pescespadatrafitto

@pescespadatrafitto

Reattori nucleari senza operatori o sala controllo?
Ahahahaha... buona questa, raccontamene un'altra... così che la prossima volta che visito una centrale EDF faccio ridere un po' gli operatori.
Riprova pure.

@ Stefano Ceccarelli

Mi permetto di aggiungere qualche nota al suo articolo.
"Un "ponte" con diverse controindicazioni"
Alle “potenziali minacce di chiusura dei rubinetti di tutti i paesi attraversati dai gasdotti” credo si debba aggiungere il non trascurabile il rischio di sabotaggi oltre che nei paesi attraversati, anche nei paesi di produzione del gas, nonché il rischio di incidenti. Non ho idea dell’esistenza di congegni per l'individuazione rapida di perdite e della dotazione di dispositivi di intercettazione rapida distribuiti lungo il percorso dei gasdotti. Mi chiedo a quante migliaia di metri cubi possa ammontare lo sversamento in atmosfera di gas in caso di incidente.
La recente visione dei serbatoi di greggio da 100.000 mc dati alle fiamme in Libia è sconvolgente!
Altro fatto è il rischio corrente connesso all’utilizzo del gas da parte degli utenti finali: non passa giorno che non si legge di esplosioni, case distrutte e spesso morti a causa di perdite, rotture o cattivo stato di apparecchi domestici. Incidenti derivanti da una tecnologia d’impiego del gas approssimativa che non contempla la presenza di sia pur minimi dispositivi di protezione.
"elettrificazione del sistema energetico globale"
Un guasto, anche a livello di utente finale, ad una apparecchiatura o ad un sistema elettrico è sorvegliato sempre da dispositivi di protezione di basso costo e di uso corrente: il guasto è eliminato in modo selettivo in qualche millisecondo.

@roberto

Capisco essere tifosi e psicologicamente dipendenti dai combustibili fossili. Duecento anni di storia non si possono certo rinnegare né cambiare in un attimo. Potremmo però provare a ragionare sui dati oggettivi che quotidianamente vengono proposti dalla cronaca e su emergenze planetarie fino ad ieri sapientemente occultate allo scopo ignobile di continuare a garantire profitti e speculazioni. E’ ormai chiaro e fatto provato che i modelli di economia fondati sulla teoria delle risorse illimitate devono urgentemente essere sostituiti perché inaccettabili non da noi, che con passione ne disquisiamo, ma dal pianeta.
Mi permetta Roberto di replicare: “Aerei inclusi?” Forse sì. “Siamo seri”, però davvero! Roberto (senza polemica) l’idrogeno è il migliore dei combustibili e quello il cui uso le conoscenze fisiche attuali dichiarano assolutamente privo di conseguenze ambientali. L’idrogeno si fa anche con l’energia elettrica (e anche con quella intermittente): un aereo ad idrogeno non mi sembra una “favola”. Naturalmente non domani e non fino a quando personaggi e dottori come Scaroni, Descalzi, Testa (intendo dire i loro equivalenti “carbonari” internazionali) non si decideranno a togliere il disturbo.
La de carbonizzazione dell’economia, nel momento storico che stiamo vivendo, è emergenza planetaria e di buchi per estrarre schifezze dal sottosuolo ce ne sono anche troppi, da soli in grado di garantire il passaggio senza traumi ad un futuro basato su fonti energetiche (il più possibile) pulite. Il problema è solo di stabilire quanto tempo serve. L’articolo di Ceccarelli (a cui va il merito di avere acceso questo scambio, a volte polemico, di opinioni) pone correttamente e opportunamente il problema di questa transizione.
Quanto alle “Poche idee e ben confuse” (grazie per il complimento!) mi permetta di dirle che l’EPR da 1600 MW (per fortuna) non lo vuole nessuno ed è perfettamente inutile continuarne a parlare (intressa un altro referendum?). Forse 32 reattori da 50 MW potrebbero essere accettati (e non è detto) considerato che nessuno ha da obbiettare sulle centinaia di sottomarini e portaerei nucleari che circolano in mare. Lei, Roberto, mi lasci dire, sostiene strategie produttive ormai datate che mostrano di disconoscere l’emergente affermarsi della produzione distribuita. Non pretendo di avere trovato l’uovo (nucleare) di colombo ma garbatamente cerco di contestare tutte le sue osservazioni:
-32 centrali. Proprio così. 32 centrali distribuite nei nodi della rete in modo da minimizzare scambi e trasferimenti di energia (l’interconnector per andare a prendere energia di là dall’Adriatico è il solito tangentificio nazionale!)
-32 volte più operatori in sala di controllo. Probabilmente senza operatori. Quanti operatori servono ad una centrale EPR da 1600 MW? E quanti operatori al reattore può permettersi il lusso di impiegare un sommergibile nucleare? Vogliamo fare qualche ipotesi di automazione?
-32 volte il numero di certificazioni necessarie per farle partire. Nessuna certificazione necessaria per un progetto modulare, solo una (magari complessa) omologazione, certamente facilitata dal fatto che si tratta di tecnologia esistente, sperimentata (e con successo sulla basa della casistica di incidenti di tipo nucleare in oltre cinquant’anni di storia)
-32 volte più' difficoltà di trovare un sito per installarle. Bazzecole in confronto alle difficoltà di installare un mostro da 1600 MW. Una piccola unità si installa ad uso e consumo locale. Se proprio si vuole la si mette in mare senza chiedere conto a nessuno: lo fanno già con trivelle e piattaforme!
-"roba" da smaltire”. Lasci stare la sua teoria e disegnini connessi: vale solo per installazioni di tipologia assimilabile. Faccia qualche gratuita ipotesi piuttosto sul peso della “zona calda “di un sommergibile (strutture di schermatura e protezione comprese), moltiplichi per 32 e confronti con il peso di una centrale EPR (calcestruzzi compresi)
-“l'uniformita' della fissione e più facile il controllo della stessa”. Non sono un esperto di centrali EPR ma il controllo della fissione non è di grande aiuto al controllo della potenza elettrica ai morsetti dell’alternatore visto che le centrali nucleari (anche per la loro taglia) sono adatte solo a base-load. Mi viene l’idea che quando un sottomarino deve manovrare non è il base-load che mette in gioco.
Il rapporto di efficienza 380/330, mi permetta non c’entra assolutamente nulla.
Comunque la mia voleva essere solo una modestissima ipotesi in argomento di tecnologia di transizione. Grazie per l’attenzione.

Uno solo ha risposto.

Ho commentato l’articolo di S. Ceccarelli del 5.1.2015 perché pensavo che le questioni trattate potessero interessare a molti, promuovendo così un dibattito serio e costruttivo sul tipo di energia sostenibile da utilizzare nel prossimo ciclo economico .

Mi sono sbagliato . Uno solo ha risposto ( per giunta offendendo) . La questione non interessa .
Mi domando : è causa della poca conoscenza dell’argomento , della convinzione di contar poco a riguardo o della frustrazione generale della gente su quanto ci riserva il futuro ?

Comunque , per non perdere l’occasione dell’abortita discussione , sollecito la redazione di Qualenergia.it , stimata testata giornalistica , di porgere le seguenti domande :

- al Primo Ministro Dr.Renzi - Cosa pensa di fare per rimuovere le contraddizioni e la mancanza d’indirizzo nazionale sulla questione dell’energia e quali ricadute economiche potrebbero essere generate nel Mezzogiorno ove esistono le maggiori disponibilità di fonti rinnovabili ?

- All’ AD di Enel ing. Starace - Ritiene possibile che 80% dell’energia consumata in Italia possa essere prodotta dalle rinnovabili ( idro, sole , vento , mare , reti intelligenti
e stoccaggi ) entro il 2022 ?

- All’ AD di ENI ing. Descalzi : L’ENI ha mai pensato di sospende l’onerosissimo sviluppo del giacimento gassifero Shorouk ( Egitto ), ubicato in area pericolosa e con profondità d’acqua di 1500 metri ? ed invece di destinare un’ infinitesima parte degli investimenti alla distribuzione d’Idrogeno Verde nelle stazioni di rifornimento ENI , aprendo finalmente la strada in Italia alla diffusione delle macchine ad idrogeno ( Nel Mondo Toyota ha venduto 1 milione di macchine ad idrogeno nel corso del 2015 ) .

Il futuro deriva dalle scelte attuali !
( robertok06 mi farebbe piacere conoscere la tua proposta )

@Marco Galliano

Invece che in California del sud dove c'è caldo però si respira il metano di Porter Ranch, potremmo emigrare tutti in Canada per respirare aria pulita. I Cinesi la comprano imbottigliata! Certo non c'è caldo come in California del sud però con un bion cappotto si risolve.

@Marco

Potremmo emigrare in Canada per respirare aria fresca solo che potrebbe essere un pò fredda. Portare aria in bottiglia mi sembra una cinesata.
Forse è meglio mettersi il cappotto e respirare piuttosto che respirare metano di Porter Ranch.

@ceccarelli "Tecnologia

@ceccarelli

"Tecnologia pronta, collaudata e modulare, rischio contenuto (in un sommergibile l'equipaggio vive ben protetto a qualche diecina di metri dal reattore), poca roba da smaltire a fine vita, flessibilità di impiego (accensione, spegnimento, regolazione dell'erogazione di potenza)..."

Poche idee e ben confuse... lei sta dicendo che al posto di (per esempio) un EPR da 1600 MW sarebbe preferibile avere 32 reattori da 50 MW?... cioe' 32 centrali, con 32 volte piu' operatori in sala di controllo?... con 32 volte il numero di certificazioni necessarie per farle partire?... con 32 volte piu' difficolta' di trovare un sito per installarle?... etc... etc...?
La quantita' di "roba" da smaltire sarebbe piu' grande, peraltro, non piu' piccola... perche' la materia necessaria a produrre 32 reattori piccoli di potenza equivalente a quella di uno grande e' maggiore, non minore... i volumi crescono col cubo delle dimensioni, mentre le superficie crescono col quadrato.... ... e piu' grande e' il "core" di un reattore e migliore e' l'uniformita' della fissione e piu' facile il controllo della stessa... posso fare un disegnino se non e' chiaro.
Per analogia, e' molto piu' efficiente far volare un Airbus A380 con 600 passeggeri rispetto a 4 A330 da 150... stesso ragionamento... 1 terminal e' sufficiente, rispetto a 4, e anche i consumi sono minori.... idem per il numero di componenti di equipaggio e le equipes per la manutenzione... 4 motori invece di 8, etc...

"Economia di scala", e' il concetto chiave.

Riprovare.

@ceccarelli "E' fatale che

@ceccarelli

"E' fatale che tutti gli usi "finali dell’energia" dovranno essere soddisfatti dall'elettricità"

Aerei inclusi? Siamo seri, dai!.. va bene credere alle favole delle rinnovabili intermittenti che fanno di tutto e di piu', ma anche questa no, per favore! Tutti gli usi finali dell'energia?

Provi a leggere questo, ceccarelli:

https://www.google.fr/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://pubman.mpdl.m...

Saluti.

@enri Si, enrichetto, ne sono

@enri

Si, enrichetto, ne sono sicuro. Il tuo link farlocco me lo conferma... chiedi alla maestra di spiegarti quanti abitanti ha quel paese, quante industrie, che tipo di clima, etc... e poi ripassa a discuterne con zio robbe', OK?
Che il 2016 sia per te l'anno del secondo neurone.. ne hai bisogno.

L'evanescente mano che ti da il metano .

Carissimi Amici ,sono d'accordo con quanto esposto da S. Ceccarelli nel suddetto articolo e quindi non commento oltre sull'inutile rincorsa del metano ( o peggio ancora delle shales !) come combustibile del futuro .

Ma desidero condividere un'ulteriore considerazione : non pensate limitativo parlare di elettricità come " transizione " se non si specifica che l'elettricità deve essere VERDE ,ossia prodotta da rinnovabili .Altimenti , a mio avviso , non si fa nessun passo avanti.

Tecnicamente ( bocchettone specifico ) , legislativamente ( legge ad hoc ), limitando gli incentivi solo all'elettricità verde , l'obiettivo potrebbe essere raggiunto .
Ma attualmente nè MISE nè AMBIENTE nè FINANZE nè la Comunità scientifica sono su questa lunghezza d'onda. Si fa di tutta l'erba un fascio .

Per esempio,ieri ho letto che la Regione Marche ha stipulato con AMBIENTE un Accordo per la costruzione di una rete di distribuzione dell'elettricità ( quale elettricità?) del costo di circa 300.000 euro !! e come questa ci sono numerose iniziative ogni giorno .

Siete d'accordo ? Come fare a diffondere questa COSCIENZA AMBIENTALE ?

G.Errico

@Ceccarelli

Ciò che risulta strano in questo Paese e non solo, è che ogni ragionamento in tema di fonti energetiche, consumi, politiche energetiche suscita immediate reazioni sempre fondate sulla logica del tirare a campare lasciando tutto come sta per non recare disturbo alla la nostra quotidianetà.
E' un fatto che "l’esplosione delle rinnovabili elettriche" è risultato del grande sforzo economico sostenuto dalla comunità, conseguenza dei tanto odiati meccanismi di incentivazione (mal governati se si vuole) che hanno tuttavia determinato la "maturazione" delle tecnologie come l’eolico e il fotovoltaico e impresso la svolta "inarrestabile dell’elettrificazione del sistema energetico globale", e se mi è concesso, al non menzionato sviluppo del sistema produttivo distribuito. E' fatale che tutti gli usi "finali dell’energia" dovranno essere soddisfatti dall'elettricità e che l'energia elettrica sarà al 100% originata da fonti rinnovabili (penso che Roberto ed EvGalois dovrebbero fare qualche riflessione ed accettare questa realtà futura ma non troppo).
Nel contesto di una auspicabile accelerazione della decarbonizzazione del sistema energetico, non mi sembra che l'articolo voglia negare la necessità di una soluzione ponte. E trovo opportuno il richiamo alla riconsiderazione di slogan quali "il metano ti dà una mano".
Non me ne vogliano gli antinuclearisti (ho votato contro il nucleare negli ultimi due referendum, non nel primo: Caorso avrebbe forse evitato la deindustrializzazione del Paese) ma penso al nucleare come soluzione ponte completamente decarbonizzata. Non ovviamente l'insensato nucleare delle megacentrali, quanto un nucleare ponte, basato su piccole centrali di produzione con tecnologia di derivazione militare. Il reattore di un sommergibile nucleare penso sia dell'ordine di 50 MW elettrici. Tecnologia pronta, collaudata e modulare, rischio contenuto (in un sommergiile l'equipaggio vive ben protetto a qualche diecina di metri dal reattore), poca roba da smaltire a fine vita, flessibilità di impiego (accensione, spegnimento, regolazione dell'erogazione di potenza)...
E politiche di incentivazione quali anche richiamate nell'articolo: accumuli, corretto uso dei pompaggi idraulici, risparmio energetico, mobilità (magari costruendo in Italia le automobili elettriche).
Nell'attesa ci verranno a spiegare che anche il pellet fa polveri sottili. Meno male che, come provvedimento per non avvelenare la gente, le Istituzioni hanno deciso di far piovere a Milano, a Roma e altrove...

@Ceccarelli "quali sono le

@Ceccarelli

"quali sono le applicazioni del metano che non possono oggi essere rimpiazzate dalle fonti rinnovabili?"

La copertura 24 ore su 24, ogni giorno dell'anno, della domanda elettrica del paese, per esempio?
O ci sta dicendo che hanno inventato il FV che funziona anche di notte?... o le turbine eoliche che non smettono mai di girare?... un'occhiata al rapporto annuale sulle rinnovabili elettriche appena pubblicato dal GSE per il 2014 sarebbe opportuno, caro Ceccarelli.

Mah...

L'autore non me ne voglia, ma

L'autore non me ne voglia, ma certe affermazioni sono scientificamente un po' naïf.

Per esempio l'uso del gas per il riscaldamento domestico non ha alcuna speranza di essere rimpiazzato per diverse decine di anni. Le soluzioni citate sono sicuramente applicabili a villette e case isolate, ma non certo agli ambiti urbani nei quali si concentra la stragrande maggioranza dei consumi.