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Accordo Cop21: punti positivi, ma per la sfida del clima servono tagli quantificati

Quali sono gli aspetti positivi del nuovo accordo sul clima adottato a Parigi e quali quelli che non convincono? Ne parliamo con Sergio Castellari, climatologo che è stato a lungo Focal Point per l'IPCC per l'Italia e ha fatto parte per molti anni della delegazione italiana ai negoziati UNFCCC.

Come ormai tutti sanno, nella serata di sabato 12 alla CoP21 di Parigi è stato approvato l'attesissimo accordo mondiale per affrontare l'emergenza climatica (qui testo e sintesi).  Il testo adottato dai 195 Paesi che hanno partecipato alla Conferenza UNFCC pone l'obiettivo di fermare il riscaldamento “ben al di sotto dei 2 °C” dai livelli preindustriali ma cita anche la volontà di contenerlo entro gli 1,5 °C.

L'accordo prevede impegni nazionali da rivedere ogni 5 anni solo al rialzo, rafforza il meccanismo Loss & Damage in favore dei paesi poveri, impegna a tagliare le emissioni anche  paesi in via di sviluppo e potenze emergenti come Cina e India, ma non contiene obiettivi quantificati in quanto a tagli della CO2 complessivi e non prevede meccanismi di controllo che lo rendano legalmente vincolante.

Un mix di aspetti positivi e di vaghezza che ha diviso i commentatori nel campo ambientalista: si veda ad esempio l'analisi dell'esperto di negoziati Lorenzo Ciccarese, il commento del nostro direttore scientifico Gianni Silvestrini e l'opinione di GB Zorzoli, presidente onorario del Coordinamento FREE.

Ne abbiamo parlato con Sergio Castellari, climatologo dell'Istituto nazionale di geofisica, che è stato a lungo Focal Point per l'IPCC per l'Italia e ha fatto parte per molti anni della delegazione italiana ai negoziati sul clima.

Professor Castellari, cosa pensa di questo accordo?

Da climatologo avrei preferito un obiettivo chiaro, con dei numeri precisi sulle riduzioni dei gas serra, e non un obiettivo di lungo termine sul contenimento delle temperature. L'obiettivo sul taglio delle emissioni, peraltro nella bozza del 9 dicembre, c'era: citando le raccomandazioni dell'ultimo rapporto dell'IPCC, si proponeva di ridurre le emissioni del 40-70% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050. Ora invece, come sappiamo, il testo approvato parla solo di mantenere l'aumento della temperatura “ben al di sotto” dei 2 °C, cercando di non superare gli 1,5 °C, e di arrivare ad avere un bilancio di emissioni pari a zero nella seconda metà di questo secolo.

Insomma, il target non è ben definito o, meglio, non si stabilisce la strada per arrivarci. Quanto impegna i vari Paesi all'azione questo accordo? Nel presentarlo il ministro degli esteri francese Fabius ha parlato di un accordo “legalmente vincolante”, ma leggendo il testo non sembra proprio sia così.

L'accordo di fatto non è legalmente vincolante. L'articolo 15 stabilisce che verrà costituito un comitato di esperti che lavorerà dalla prima sessione dell'accordo, quindi dal 2020, per stabilire un sistema di compliance. Finché questo sistema di compliance, che deve essere chiaro e solido, non è definito non possiamo parlare di accordo legalmente vincolante. Altro punto negativo: il sistema di monitoraggio e di verifica viene in parte definito nel testo, ma si resta sul vago.

Quali sono invece gli aspetti dell'accordo che danno qualche prospettiva positiva, se, a suo avviso, ce ne sono?

È un accordo storico perché per la prima volta è un accordo globale, che coinvolge anche i Paesi che emettono di più perché adesso la quota maggiore di emissioni climalteranti è dovuta ai Paesi in via di sviluppo, che comprendono la Cina, la più grande emettitrice. Se nel periodo di sottoscrizione, tra aprile del 2016 e aprile 2017, la maggior parte dei Paesi firmeranno l'accordo – in particolare i grandi emettitori come Cina, Usa, Europa e India – sarà un grande successo, un superamento del protocollo di Kyoto. Inoltre il testo dell'accordo presuppone dei miglioramenti nel tempo: un valore positivo tenendo conto delle difficoltà che i negoziati hanno incontrato negli ultimi 3 anni.





Commenti

Come previsto, la conferenza

Come previsto, la conferenza sul clima tenutasi a Parigi è stata un totale e vergognoso fallimento. Invece chi ha trascorso le vacanze a Parigi come delegato o giornalista è entusiasta dei risultati ottenuti, e anche i leader delle maggiori potenze capitaliste storicamente responsabili della maggior parte dell'inquinamento del pianeta. Il presidente Obama e il suo segretario di Stato Kerry hanno fatto delle dichiarazioni ridicole sull’esito della conferenza, ma il presidente Hollande è stato indubbiamente il più spiritoso di tutti: A Paris il y a eu bien des révolutions depuis des siècles, mais aujourd'hui c'est la plus belle et la plus pacifique des révolutions qui vient d'être accomplie, la révolution pour le changement climatique.

[“A Parigi, ci sono state molte rivoluzioni nel corso dei secoli, ma oggi è stata appena compiuta la più bella e più pacifica delle rivoluzioni, la rivoluzione per i cambiamenti climatici”].

E che Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna siano paesi pacifici non ci sono dubbi.

Dopo il fallimento di Copenaghen nel 2009, le grandi potenze capitaliste avevano un unico obiettivo, quello di gestire con il solito cinismo le aspettative in modo che l'adozione di un accordo, non importa quanto generico e debole, potesse essere presentato come un grande passo in avanti.

Non c’è stato un accordo vincolante su nulla tra le 136 nazioni firmatarie. Il documento di 32 pagine fissa obiettivi non vincolanti per le emissioni di gas a effetto serra, sulla base di obiettivi volontari e valutazioni di ciascun paese. C’è solo una citazione per quanto riguarda l’obiettivo di contenere il rialzo delle temperature sotto l’1,5° C, poi un riferimento a raggiungere emissioni nulle nella seconda parte del secolo. Scritto peraltro “in modo non privo di ambiguità”. Né vi è stato un impegno preciso contro la deforestazione.

Il consumo di energia e l’inquinamento dipendono in gran parte dalla produzione di merci che non in piccola parte o sono inutili o sono sprecate. Ai profitti che da tali produzioni sono ricavati debbono essere contrapposti i danni alla salute e alla natura. Vigente questo sistema economico e geopolitico, dominato da un manipolo di capitalisti miliardari e dal sistema di stati nazionali, nessun effettivo e vincolante accordo sarà possibile né su questo e nemmeno su altri problemi del genere.

Se vi saranno significative riduzioni delle emissioni ciò dipenderà essenzialmente da innovazioni e adattamenti tecnologici che stanno prendendo piede specie nella produzione e utilizzo dell’energia. Con grave ritardo, se si pensa per esempio che già nel 1838, a Pietroburgo, Felix Jacoby era riuscito a far andare un battello sulla Neva alla velocità di quattro miglia all’ora a mezzo di un motore elettromagnetico.

Viviamo tra due epoche, una che sta morendo e l’altra che non riesce a nascere. Infatti, s’è vero che il mondo quale fu negli ultimi secoli e fin quasi a ieri è tecnologicamente superato e socialmente finito, tuttavia resta e domina incontrastato un sistema economico che procede alla cieca (per usare un eufemismo). Se esso ha avuto in passato, pur con incalcolabili costi e vittime, un ruolo progressivo, ora questo stesso sistema economico è nettamente regressivo e con obiettivi antisociali evidenti. Negarlo fa parte della propaganda delle élite e di quelli che vorrebbero, a chiacchiere, riformare il sistema.

Nessun intervento monetario, nessuna politica di riforma, nessun accordo internazionale può risolvere le contraddizioni di fondo del capitalismo. E ciò vale, anche in rapporto alla scienza e alla tecnologia, alle quali non possiamo porre problemi sociali che esse di per sé non possono risolvere. Impieghiamo le nuove tecnologie per dare ulteriore impulso a un sistema economico profondamente irrazionale e al mantenimento di un ordine sociale antistorico.