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Come accelerare la decarbonizzazione delle economie

Il rischio climatico si giocherà sulla rapidità con cui il processo di decarbonizzazione riuscirà ad invertire la crescita delle emissioni. Andranno tagliate del 50-75% rispetto entro il 2050. Un processo tecnicamente ed economicamente praticabile. Ma esiste un consenso e una volontà politica?

È una corsa contro il tempo. Da un lato, soprattutto dopo la COP21, si prospetta una forte accelerazione della corsa di rinnovabili, veicoli elettrici, bioraffinerie, edilizia ad energia positiva e di tutte le tecnologie in grado di ridurre drasticamente i consumi energetici. Dall’altro, si espandono trivellazioni, oleodotti, gasdotti e, soprattutto, nuove centrali a carbone.

Il dilemma climatico si gioca tutto qui: nella rapidità con cui il processo di decarbonizzazione riuscirà ad invertire la crescita delle emissioni avviando un percorso che porti ad un valore inferiore del 50-75% rispetto all’attuale entro il 2050. Dai 36 miliardi di tonnellate che ogni anno vengono iniettati nell’atmosfera si dovrà passare a 12-18 miliardi. Un contributo al rallentamento dell’aumento delle concentrazioni in atmosfera, verrà anche dall’assorbimento di CO2 nelle foreste, nei suoli o usando specifiche tecnologie.

La prima domanda che ci si pone di fronte a questi scenari è se essi siano tecnicamente ed economicamente praticabili. La seconda se esiste un consenso e una volontà politica in grado di avviare processi, che come si intuisce, nella loro radicalità incideranno sugli stessi modelli economici e comportamentali. 

Sulla realizzabilità di riduzioni così significative si sono cimentati governi e centri di ricerca, arrivando ad una risposta positiva. Danimarca e Svezia stanno investendo notevoli risorse per diventare “fossil free”. La Germania, che si è data l’obiettivo di ridurre al 2030 la CO2 del 55%, intende spingere il taglio all’80-95% a metà secolo.

Molti studi sono stati condotti per valutare costi e tempi della decarbonizzazione delle economie. Uno dei più interessanti per il prestigio delle istituzioni coinvolte e per l’ampiezza delle analisi è il Deep Decarbonization Pathways Project (DDPP), coordinato da Jeffrey Sachs direttore dell’Earth Institute della Columbia University, che ha presentato un primo rapporto alle Nazioni Unite analizzando i percorsi possibili per 16 importanti paesi (inclusi Cina, Usa, India Russia, Germania e Italia) responsabili del 70% delle emissioni mondiali. Dallo studio emerge la possibilità di ridurre la produzione di anidride carbonica del 45% al 2050. I risultati più incisivi si potranno conseguire nella generazione di energia elettrica, mentre i più complessi da trattare sono il comparto industriale e il trasporto delle merci. Nel grafico le quote di emissioni di CO2 nel 2010 e nel 2050 nei diversi comparti nei 16 paesi analizzati nello studio DDPP che vedono una riduzione del 45% della CO2 emessa nel 2010 (Gt, miliardi tonnellate).

Lo studio ipotizza l’impiego di innovazioni radicali già esistenti o che saranno disponibili nel breve periodo. Secondo Sachs è importante che i vari paesi definiscano da subito un obiettivo ambizioso a metà secolo valutando se le politiche e gli investimenti che si intendono avviare sono coerenti con il percorso di decarbonizzazione. 

Si tratta, infatti, di intervenire in maniera incisiva nelle politiche industriali, agricole e di incidere radicalmente nei comparti dell’edilizia e dei trasporti. Per esempio nel mondo dell’auto occorre prepararsi ad un passaggio alla trazione elettrica, con tutto ciò che implica nelle strategie delle multinazionali del settore e delle infrastrutture. La verifica delle scelte a partire dall’obiettivo finale, il cosiddetto “backcasting”, porta a riflessioni importanti. Prendiamo il caso del metano considerato il combustibile ponte verso le rinnovabili. In realtà, il suo utilizzo è destinato a calare nel giro di pochi decenni per cui investimenti su rigassificatori e gasdotti andrebbero fatti con oculatezza.

Ma a quali risultati giunge per l’Italia lo studio a cui hanno lavorato l’Enea e la Fondazione Mattei dell’Eni? Vengono analizzati tre scenari, che attribuiscono un peso diverso all’efficienza, alle rinnovabili e al sequestro di CO2, in grado di tagliare dell’80% le emissioni a metà secolo. Il declino dei fossili è scontato: il consumo di petrolio si ridurrebbe dell’83% e quello del metano dell’87%, confermando l’importanza di selezionare con oculatezza gli investimenti in nuove infrastrutture.

Nel grafico a sinistra la riduzione dei consumi di energia primaria nello scenario di decarbonizzazione applicato all’Italia (1 EJ= 23,9 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio).

Una cosa comunque è certa. Scenari così ambiziosi si realizzeranno solo in presenza di un’accelerazione della diffusione di tecnologie “dirompenti”. In questo senso le due iniziative lanciate alla COP21 a Parigi,Mission Innovation che vede 20 nazioni, fra cui l’Italia, decise a raddoppiare gli investimenti nella ricerca e la “Breakthrough Energy Coalition, lanciata da Bill Gates e altri miliardari per favorire i progressi di nuove tecnologie verdi, vanno nella direzione di facilitare l’emergere di innovazioni molto incisive. In effetti, la sfida climatica impone un deciso salto di qualità nell’impegno di ricerca. Basti dire che negli Usa, ad esempio, le industrie farmaceutiche investono il 20% del fatturato in ricerca, mentre nel settore dell’energia la quota scende ad un misero 0,2%.

Ma per accelerare la decarbonizzazione occorrerà anche rapidamente eliminare i sussidi ai combustibili fossili, 548 miliardi $ annui su scala mondiale, ed estendere le esperienze, per ora frammentate, di tassazione del carbonio. Secondo Elon Musk, il geniale proprietario dell’industria di auto elettriche Tesla, dare un adeguato valore al carbonio consentirebbe di dimezzare i tempi di diffusione delle rinnovabili.

A Parigi 40 paesi si sono dichiarati favorevoli al taglio dei sussidi e sei paesi, insieme alla Banca Mondiale e al FMI hanno proposto l’adozione di una carbon tax. E’ il momento giusto per allargare il fronte delle nazioni impegnate in questa direzione.

L'articolo è stato pubblicato su L'Unità del 4 dicembre con il titolo "Come decarbonizzare il Pianeta e salvare il clima".





Commenti

@Paolo Bianco "peccato che

@Paolo Bianco

"peccato che gli inglesi che ci stanno provando, pagheranno più soldi di quelli che sarebbe costato fare la stessa energia con il FV"

Neanche per idea!... il kWh intermittente FV e/o eolico NON puo' essere paragonato, ne'in termini energetici ne' di costo, al kWh nucleare (o altra forma baseload che produce 24h/24, 365gg/anno).
Esempio italiano: i 170 TWh/anno che ancora adesso producono le centrali termoelettriche NON potranno mai essere sostituiti da FV o eolico (o combinazione dei due)... basta fare due conti... per produrre il 50% di tale quantita'di energia elettrica servirebbero, sulla carta, altri 67 GWp di FV (in aree che diano un fattore di capacita' medio del 14,5%, come nel 2014)... cioe'bisognerebbe moltiplicare per 4,5 i 19 GWp che sono installati adesso. Questi 19+67=86 GWp da soli potrebbero produrre spesso molto di piu' di quanto il paese puo' consumare, e le capacita' sia di stoccaggio che di export sono minime.

"(in francia si sono aggiudicati bandi FV da centinaia di MW con un prezzo al kWh più basso e garantito per un numero di anni inferiore)."

No. In Francia, dove hanno un surplus di energia elettrica di 45 TWh/anno (esportati in gran parte in Italia, peraltro) ed hanno autorizzato una centrale FV a vendere la propria energia elettrica solo sul mercato giornaliero (stessa cosa hanno fatto in Cile, altro caso pubblicizzato alla grande)... ovviamente la centralona francese non potra' mai vendere la sua produzione sul mercato elettrico convenzionale, dato che la produzione e' intermittente e stagionale. La storiella funziona solo perche' la corrente e' poca, e quindi riescono ad assorbirla senza problemi... il giorno che dovessero/volessero sostituire i 410 TWh/anno prodotti dal nucleare allora vorrei proprio vedere come farebbero... e' fisicamente impossibile produrre quella corrente... 106 GW elettrici di record di domanda... alle 7 di sera di gennaio (o era febbraio?... comunque... due inverni fa)... hai voglia di installare pannelli (o turbine eoliche)!

già roberto

si potrebbe fare anche con il nucleare (spegnendo il carbone e sostituendolo con il nucleare, cioè l'esatto contrario di quello che hanno fatto i tedeschi a spese nostre).
peccato che gli inglesi che ci stanno provando, pagheranno più soldi di quelli che sarebbe costato fare la stessa energia con il FV (in francia si sono aggiudicati bandi FV da centinaia di MW con un prezzo al kWh più basso e garantito per un numero di anni inferiore).

@Silvestrini "Come

@Silvestrini

"Come accelerare la decarbonizzazione delle economie"

Si potrebbe fare anche cosi', se non ci fossero i paraocchi idelogici:

http://www.independent.co.uk/environment/cop21-world-must-embrace-nuclea...

... o, in video:

https://www.youtube.com/watch?v=ZIbziE-78DI

Ma, mi raccomando!... guai a parlarne qui su QualEnergia!... che resti un segreto, non vorremo mica rovinare il sogno "ambientalista", no?