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Le aziende italiane e il costo dell'energia

Quanto incidono le spese energetiche sulla competitività dell'industria nazionale? Perché le imprese italiane pagano l'elettricità più cara dei loro competitor europei? Quali effetti dal calo del prezzo del petrolio? Le risposte in un report curato dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Le imprese italiane usano sempre meno energia, ma continuano a pagarla più cara dei competitor europei, mentre i benefici del recente crollo dei prezzi del petrolio si fanno sentire solo in maniera parziale e indiretta. Sono questi alcuni elementi che emergono dal capitolo zeppo di dati che l'ultimo report del Ministero dello Sviluppo Economico dedica alla questione energia e aziende (allegato in basso).

Consumi ai minimi

Secondo i dati del Bilancio energetico nazionale, nel 2014 le imprese industriali italiane utilizzavano meno di un quarto della domanda finale di energia con un’incidenza in continua riduzione rispetto ai decenni precedenti: la domanda industriale di energia ammontava al 31% del totale negli anni 1980, al 29% negli anni 1990 e al 26% nel primo decennio del 2000.

Il fabbisogno energetico delle imprese italiane nel decennio 2003-2014 è diminuito di un terzo e la sua incidenza sul totale dell’energia consumata è diminuita di quasi sei punti percentuali.

Alla base di questa riduzione - si legge - c'è sia il miglioramento dei processi di conversione di energia, anche conseguenti all’adozione di normative ambientali più stringenti, sia la ricomposizione del tessuto industriale verso settori meno energy intensive. Oltre la metà della spesa energetica complessiva è sostenuta da tre settori: metallurgia, meccanica e chimica e petrolchimica (rispettivamente 20, 18 e 13%).

La prima fonte di approvvigionamento energetico delle imprese industriali è il gas, che da solo copre oltre il 40% del totale fabbisogno energetico, cui segue per importanza l’energia elettrica (un terzo del totale). La parte rimanente è rappresentata dai derivati del petrolio e dai solidi. La spesa maggiore però è per l'elettricità che pesa per quasi il 70% dei costi energetici delle imprese.

Una ettricità più cara dei competitor europei

Se i prezzi del gas sostenuti dalle imprese italiane sono leggermente inferiori rispetto a quelli medi dell’UE (di circa il 3% seocndo i dati del terzo semestre 2014), quelli dell’energia elettrica sono, invece, mediamente superiori di oltre un terzo rispetto a quelli pagati dai concorrenti. Nel secondo semestre del 2014 il prezzo per chilowattora pagato dalle imprese italiane (in media, nel 2° semestre, pari a 17 cent€ per kWh) era superiore di 8 centesimi rispetto a quello delle concorrenti francesi, di 4 rispetto alle spagnole e di 2 rispetto alle tedesche.

Cosa rende il kWh così caro in Italia è noto: un mix energetico relativamente più sbilanciato sul gas (più efficiente e con un migliore impatto ambientale ma più costoso di altre fonti quali il carbone e il nucleare) e tasse e oneri sull'energia molto più alti che negli altri Paesi. Secondo i dati Eurostat nel 2012 tassazione e altri oneri rappresentavano oltre un terzo del prezzo finale pagato dalle imprese in Italia, un valore superiore a quanto registrato in Germania, Francia e Spagna, rispettivamente, pari al 29, 15 e 4%.

Un altro fattore da tenere in considerazione nel confrontare il livello dei prezzi è il differente peso sostenuto in bolletta da famiglie e imprese: in Italia il prezzo pagato dalle imprese è inferiore di solo un quarto a quello sostenuto dalle famiglie, mentre in Germania, Spagna e Francia le imprese pagano circa la metà.

La presenza del divario tra i prezzi energetici italiani e quelli dei maggiori competitor costituisce un chiaro svantaggio competitivo per le nostre imprese: la stima del MiSE è che l'extracosto energetico tra il 2003 e il 2011 abbia inciso, in media, quasi 12 miliardi di euro l’anno sul fatturato complessivo delle aziende italiane.

Gli effetti del petrolio low cost

A partire dalla seconda parte del 2014 il prezzo del petrolio sui mercati internazionali si è più che dimezzato, scendendo sotto 50 $ al barile (il WTI è a 46 $/b nel momento in cui scriviamo). I benefici sull’attività economica di questa diminuzione, secondo il MiSE, sono ridotti per diverse ragioni.

La prima è che il greggio soddisfa ormai solo un terzo del fabbisogno complessivo di energia dell’Italia, concentrandosi nel settore dei trasporti. La seconda è che nel corso degli ultimi anni le quotazioni del petrolio hanno progressivamente perso il loro ruolo di benchmark di prezzo dei prodotti energetici concorrenti: il prezzo del gas è determinato dalle quotazioni sugli hub europei con un sostanziale disaccoppiamento dai corsi petroliferi, mentre le quotazioni dell’energia elettrica, dove la produzione con fonte petrolifera è ormai marginale, hanno seguito per lo più l’andamento dei mercati del gas e sono stati influenzati dalla recente diffusione delle fonti rinnovabili. La terza è che l’incidenza dei costi della materia prima sui prezzi al dettaglio dei prodotti energetici si è ridotta nel tempo per la rilevanza crescente che hanno assunto gli oneri di natura fiscale e parafiscale.

Il barile a basso prezzo però influenza le imprese italiane attraverso diversi canali: ad esempio attiva la domanda interna e dai paesi importatori di greggio, mentre riduce quella dei paesi petroliferi di petrolio.

Nel complesso la stima del MiSE è che una riduzione del prezzo dei prodotti petroliferi del 10% si accompagni a una crescita addizionale, in termini reali, dello 0,07% del fatturato delle imprese e dello 0,11% degli investimenti. In termini di fatturato, i benefici maggiori si registrerebbero nel settore della costruzione di vetro, ceramica, di materiali da costruzione, della chimica e dell’abbigliamento, settori che si avvantaggerebbero di una riduzione dell’incidenza della spesa energetica, mediamente superiore allo 0,1%. Inferiori sarebbero invece quelli per l’industria cartaria, tessile e della lavorazione del legno.

Il report MISE "La situazione energetica nazionale al 2014" (articolo di sintesi e documento integrale)