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Clima-leaks: così i grandi delle fossili hanno manipolato politici e opinione pubblica

Scienziati pagati per dire che il global warming dipende dal sole, lettere al Congresso statunitense falsificate, finte associazioni della società civile: un dossier su documenti riservati di 30 anni mostra come l'industria fossile abbia agito in malafede per disinformare l'opinione pubblica e rallentare le politiche per la decarbonizzazione dell'economia.

Da quasi 30 anni le più grandi compagnie delle fossili sono a conoscenza del fatto che le loro attività causano il cambiamento climatico e per tutto questo periodo hanno tentato deliberatamente di manipolare l'opinione pubblica, minimizzando i rischi del global warming e mettendo in dubbio la relazione tra clima ed emissioni di CO2 da combustione di carbone, petrolio e gas. Questa per molti non è una novità, ma ora l'Ong statunitense Union of Concerned Scientists (UCS) ha raccolto in un dossier (allegato in basso) una serie di importanti documenti che provano come i grandi del petrolio e del carbone abbiano agito in malafede.

Si tratta di memo interni, comunicazioni ai membri de Congresso e altri documenti ottenuti tramite il Freedom of Information Act  e che vengono da aziende come ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips, BP, Shell, Peabody Energy e altre. Quel che emerge è che le compagnie erano da decenni consapevoli della dannosità dei proprio prodotti per il clima, hanno pianificato campagne di comunicazione per negare l'evidenza, pagando scienziati e facendo lobbying sulla politica per evitare leggi per loro punitive.

Già nel lontano 1977, mostrano i documenti, i rappresentanti delle principali compagnie delle fossili avevano assistito a dozzine di udienze al Congresso Usa nelle quali si discuteva dell'effetto delle emissioni di CO2 sull'effetto serra. Nel 1988 il climatologo della NASA James Hansen portò davanti all'assemblea statunitense prove scientifiche che confermavano come il cambiamento climatico fosse causato dalle attività dell'uomo. Nello stesso anno nasceva l'IPCC e il Congresso Usa adottava il National Energy Policy Act, per affrontare il problema clima riducendo le emissioni. “È difficile pensare che a quella data i dirigenti, i lobbisti e gli scienziati delle principali aziende delle fossili non fossero a conoscenza del problema”, osservano gli autori del dossier UCS.

Infatti, in un documento interno datato 1995, redatto da uno scienziato di Mobil e distribuito anche ad altri grandi esperti del petrolio si avverte chiaramente che l'uso dei combustibili fossili sta causando il cambiamento climatico e che la letteratura scientifica in merito “è solida e non può essere smentita”.

A questo avvertimento petrolieri e carbonai hanno risposto nel modo peggiore possibile: organizzando campagne per seminare dubbi sulla relazione tra clima ed emissioni antropogeniche e facendo lobbying, anche con pratiche illegali, per bloccare le politiche di decarbonizzazione. Si legge ad esempio in un memo interno dell'American Petroleum Institute che “la vittoria sarà ottenuta quando i cittadini medi riconosceranno le incertezze della scienza del clima”.

I metodi usati sono testimoniati dai documenti raccolti nel dossier UCS. Ad esempio c'è il contratto con cui l'utility Southern Company finanzia gli studi dell'Harvard-Smithsonian Astrophysics Center, sulle variazioni del ciclo solare come causa dei cambiamenti climatici. Tra le condizioni che la utility pone per stanziare i fondi, quella di rimanere in incognito quale sponsor e di esaminare le conclusioni prima della pubblicazione.

Altre carte pubblicate mostrano come molte associazioni “di base” che si sono battute e si battono contro le politiche per ridurre le emissioni siano in realtà emanazione diretta dell'industria delle fossili.

La American Coalition for Clean Coal Electricity, si scopre, è ricorsa anche alla falsificazione di lettere (almeno 13) poi mandate ai membri del Congresso per influenzare voti su misure anti-emissioni. Ad esempio in una missiva viene falsificata l'intestazione e la firma della National Association for the Advancement of Colored People - una delle prime e più influenti associazioni per i diritti civili negli Stati Uniti – per chiedere di votare contro il cap and trade in quanto “farebbe aumentare le bollette a scapito delle fasce più povere della popolazione”.

Una strategia, quella di lobbying e disinformazione, che sembra aver funzionato, commentano dall'UCS, dato che metà di tutte le emissioni dall'inizio della rivoluzione industriale sono state rilasciate in atmosfera dal 1988 in avanti e che ad oggi gli Stati Uniti non hanno ancora una politica federale organica per affrontare il problema.

Il report "The Climate Deception Dossiers" (pdf)