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Decreto rinnovabili, lo schiaffo del Governo al minieolico

La bozza del nuovo decreto sulle fonti rinnovabili elettriche non FV, tagliando del 30-40% gli incentivi al minieolico, mette a rischio la sopravvivenza della filiera italiana dei piccoli aerogeneratori. Diamo spazio ad alcune critiche e proposte di Carlo Buonfrate, presidente del CPEM, l'associazione italiana del minieolico.

La bozza del nuovo DM in circolazione in questi giorni sferra un inatteso grave attacco al mondo delle rinnovabili elettriche non fotovoltaiche. Tra le fonti più penalizzate, il minieolico registra il taglio degli incentivi più drastico con riduzioni di circa il 30% per gli aerogeneratori da 60 kW e del 40% per quelli fino a 200 kW.

Intervenire sulle FER elettriche non fotovoltaiche, con tagli a due cifre delle tariffe, come si è fatto nel solare, è il risultato di un grossolano accanimento legislativo contro i pochi settori ancora vitali in Italia. Una politica miope che colpisce nel mucchio, trascura le importanti evidenze industriali che certi segmenti delle rinnovabili ancora rappresentano, e nel minieolico, in particolare nella taglia di potenza tra i 20 e i 60 kW, appare ancora più irrazionale perché colpisce una filiera prevalentemente italiana.

Parliamo di molte decine di imprese fiorite nel Nord e Sud del Paese in quest’ultimo quinquennio, che costruiscono aerogeneratori e componenti ai più elevati standard qualitativi, esportando anche nei più paesi tecnologicamente più avanzati del Nord Europa. La scorsa settimana il CPEM, associazione nazionale del minieolico aderente ad ANIE Rinnovabili, ha avviato un censimento con l’obiettivo di dimensionare entro fine giugno questo comparto: i dati parziali fino ad ora acquisiti permettono di quantificare l’occupazione in circa 1.100 unità, con oltre 100 milioni di euro di fatturato.

Entrando nel merito del taglio delle tariffe contenuto nella bozza di decreto, passare dall’attuale incentivo di 268 €/MWh a 190 € proposto dal Governo in un Paese come il nostro, caratterizzato da ventosità media raramente al di sopra dei 6 m/s, rende insostenibile il ritorno economico di qualsiasi investimento nel minieolico, stanti gli attuali e poco comprimibili livelli di costo degli aerogeneratori fabbricati in Italia.

Al contrario, si offre questo mercato a distributori di macchine rigenerate che, attraverso opachi circuiti di approvvigionamento, già oggi importano a prezzi irrisori, aerogeneratori spesso obsoleti, poco affidabili e insicuri. Quello delle macchine rigenerate e depotenziate è un mercato che in Italia, già da un paio di anni, prolifera in modo incontrollato grazie alla possibilità di percepire gli stessi incentivi delle macchine “nuove di fabbrica”.

Nei giorni scorsi la nostra associazione, con il sostegno di ANIE Rinnovabili, ha promosso un’interrogazione parlamentare in merito alla legittimità della concessione di incentivi alle turbine rigenerate, allo scopo di arginare un fenomeno che, anche alla luce del taglio delle tariffe del nuovo decreto, rischia di annientare in pochi mesi l’industria italiana del minieolico.

Il CPEM propone un regime tariffario che, mantenendo gli incentivi a 291 €/MWh per impianti fino a 20 kW, preveda una riduzione a 250 €/MWh per aerogeneratori fino a 60 kW e a 200 €/MWh fino a 200 kW, mentre per le turbine rigenerate, opportunamente omologate e certificate, propone il dimezzamento degli incentivi.

Fra le varie controproposte alla bozza del Decreto, il CPEM si è anche posto l’obiettivo di dare una soluzione all’altro grave problema che affligge il settore delle rinnovabili non fotovoltaiche ad “accesso diretto”. Si tratta di fronteggiare in maniera efficace il rischio incombente dell’esaurimento dei 5,8 miliardi di euro del contatore. Questa incertezza, oltre a tenere col fiato sospeso i pochi coraggiosi investitori che si accingono ad avviare nuovi progetti, impedisce ai costruttori di macchine di pianificare con serenità la messa in produzione di nuovi ordinativi e alle istituzioni finanziarie di sostenere adeguatamente gli investimenti.

Lo sforamento di detto plafond, con il risibile margine di 30 giorni previsto dalla bozza del nuovo decreto, non fornisce alcuna garanzia rispetto alle disastrose conseguenze economico-finanziario cui andrebbero incontro investitori e fornitori, minando la residua credibilità del sistema. Allo scopo di mitigare questo rischio, il CPEM ha elaborato una proposta che, se accolta, potrebbe fornire una concreta soluzione del problema. Si tratterebbe di istituire una sorta di “lista d’attesa” gestita dal GSE cui avrebbero diritto di accesso, secondo un preciso ordine cronologico, a tutti gli investitori che, nell’ipotesi di esaurimento del plafond, avessero dato l’inizio lavori e ordinato le macchine.

Questi progetti prenderebbero la tariffa elettrica per il solo periodo di indisponibilità delle risorse (presumibilmente alcuni mesi), per poi accedere regolarmente all’incentivo ventennale, non appena se ne rendessero disponibili di nuove (con il contatore nuovamente sotto il limite dei 5,8 miliardi per dinieghi, abbandoni, esaurimento dei limiti temporali per i progetti a registro, ecc.). Questo virtuoso meccanismo, rispettando il limite dei 5,8 miliardi, manterrebbe costantemente impegnate le risorse sulla massima disponibilità, dando così il giusto respiro agli investimenti.

Non è facile immaginare soluzioni efficaci ai problemi delle rinnovabili, in un contesto in cui l’ambiguità della politica, spesso per pura superficialità, si mostra favorevole a queste energie solo a livello di dichiarazioni. Ciononostante, soprattutto in questo momento, è fondamentale l’impegno di tutti gli attori delle rinnovabili, a cominciare dal mondo dell’industria, per superare insieme la miopia dei decisori.