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La Cina e le sue emissioni, una sfida tutta in salita

Per il gigante asiatico, primo emettitore mondiale, non sarà facile raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030, come dimostra uno studio. L'impressionante sforzo che la Cina sta facendo sulle rinnovabili non basterà a compensare la crescita dei consumi pro-capite: Pechino dovrà accelerare sulle energie pulite.

Per la Cina fermare l'aumento delle emissioni entro il 2030 come annunciato non sarà affatto facile. Nonostante il grande sforzo verso le energie pulite, il gigante asiatico, appesantito dal carbone, potrebbe non farcela. A spegnere gli entusiasmi, forse eccessivi, che si sono diffusi dopo lo storico accordo con gli Usa sul clima è uno studio della Academy of Finland realizzato in collaborazione Chinese Academy of Social Sciences (allegato in basso). Un lavoro che mostra quanto sia in salita la strada che la superpotenza, responsabile del 30% delle emissioni mondiali, deve percorrere.

La questione può essere semplificata così: gli enormi progressi che la Cina sta facendo nella decarbonizzazione del suo sistema economico potrebbero non essere sufficienti a compensare la crescita delle emissioni, data dallo sviluppo economico e dalla crescente urbanizzazione della sua enorme popolazione, che consuma sempre di più e che come emissioni pro-capite ha già superato l'Europa. Va ricordato sempre, tuttavia, che circa la metà delle emissioni di gas serra cinesi sono legate all'export, cioè sono dentro i prodotti che consumano soprattutto i paesi occidentali.

Pechino, nel recente accordo con Washington, ha annunciato che "intende raggiungere il picco delle emissioni di CO2 attorno al 2030, e fare il maggior sforzo possibile affinché tale picco venga raggiunto prima e intende aumentare la quota di energia primaria da fonti non fossili fino a circa il 20% entro il 2030".

Lo studio va a vedere se si è sulla strada giusta per raggiungere questi obiettivi. Lo fa usando un modello previsionale detto LINDA (Long-range Integrated Development Analysis) e ipotizzando tre scenari: il “Reference” (REF), basato sulla crescita economica prevista dall'accademia cinese, il “Policy” (POL) in cui si assume uno sforzo per raggiungere i target e una crescita economica spostata più sui servizi che sull'industria e l'“Heavy Industry” (IND) in cui si ipotizza una crescita economica sbilanciata verso i settori più energivori.

Se negli scenari Reference e Heavy Industry l'obiettivo 2030 è assolutamente fuori portata, come si vede dal grafico sotto, emerge che anche nella migliore delle ipotesi, lo scenario “Policy”, non è per niente scontato che si riesca a raggiungere il picco delle emissioni prima dell'anno fissato.

Nello scenario REF le emissioni cumulative al 2030 sarebbero di 202 miliardi di tonnellate (Gt), nel Policy 167 Gt, cioè 35 in meno. Come si nota dal grafico in basso, le proiezioni di questo studio non sono né tra le più pessimistiche né tra le più ottimistiche se confrontate con gli scenari ipotizzati da altri report e pubblicazioni scientifiche.

Il problema – si legge nello studio -  è che gli obiettivi cinesi in materia di energia pulita, per quanto possano sembrare ambiziosi, non sono adeguati ad evitare che la crescente fame di energia cinese continui ad essere soddisfatta per la maggior parte dal carbone.

Lo sforzo sulle rinnovabili in atto è enorme, ma per centrare il target 'clima' dovrà essere ancora maggiore. Come sappiamo la Cina per il 2020 punta ad arrivare a 420 GW di idroelettrico, 200 GW di eolico (dei quali 30 GW in mare), 100 GW di solare, 30 GW di biomasse, 58 GW di nuove centrali nucleari e il 15% di rinnovabili nei trasporti. Per raggiungere l'obiettivo 2030 – 20% di non fossili sull'energia primaria – nello scenario Policy si assume che dal 2014 al 2020 si installino 156 GW di nuovo idroelettrico, 124 GW di nuova potenza da fotovoltaico, 140 GW di eolico e che dal 2012 al 2030 si installino altri 150 GW di idro, altri 200 GW di FV e 200 GW di eolico. Numeri impressionanti ma non sufficienti.

Dalle conclusioni dello studio: “gli obiettivi posti per la potenza da rinnovabili sembrano non sufficientemente ambiziosi se rapportati a quanto necessario per raggiungere gli obiettivi su emissioni e carbon intensity. Molti obiettivi fissati per il 2020 sono già stati superati”.

Lo studio: "Structural change in Chinese economy: Impacts on energy use and CO2 emissions in the period 2013–2030", J. Luukkanen, J. Panula-Ontto, J. Vehmas , Liu Liyong , J. Kaivo-oja, L. Hayha , B. Auffermann (pdf)





Commenti

"La realtà è che non hai una

"La realtà è che non hai una minima idea dei concetti di mercato e di produzione industriale."

Vedi Evgalois, io con te ci discutevo pure volentieri, ma da quando hai iniziato a fare il "RobertoK di complemento" ed usare toni e frasi da commentatore di blogger con la bava alla bocca, come quella citata, me ne hai fatto perdere la voglia.

"Certo, una strada veloce per

"Certo, una strada veloce per ridurre le emissioni cinesi, sarebbe riportare in nazioni che usano mix energetici meno inquinanti, le industrie che operano là, magari, come propongo da tempo, caricando le merci di dazi proporzionali e crescenti, al loro contenuto in CO2."

In una partita di Risiko sarebbe anche fattibile, sempre che l'avversario non reagisca.

La realtà è che non hai una minima idea dei concetti di mercato e di produzione industriale. Primo, il WTO di cui facciamo parte non permette di imporre dazi del genere. Secondo, se ci provi ugualmente, la rappresaglia del gigante cinese ti ridurrebbe alla fame in meno di un anno. Terzo, anche volendo l'occidente non avrebbe la forza industriale di riportare in casa quello che viene fatto in Cina, almeno non entro una ventina di anni.

C'è un solo modo per attuare quello che dici: quando vai al centro commerciale compra senza guardare il prezzo (se tu puoi), ma guardando solo il luogo di produzione.

Un reality check su quanto

Un reality check su quanto sarà dura, se mai ci riusciremo, farla finita con il carbone prima che il clima la faccia finita con noi.

Certo, una strada veloce per ridurre le emissioni cinesi, sarebbe riportare in nazioni che usano mix energetici meno inquinanti, le industrie che operano là, magari, come propongo da tempo, caricando le merci di dazi proporzionali e crescenti, al loro contenuto in CO2.

Ma credo che per la Cina, terrorizzata dai disordini sociali che creerebbe un rallentamento della crescita e un aumento di disoccupazione (la formula laggiù è: tu sta buono e accetti una drastica limitazione della libertà, io ti garantisco pane e lavoro), vedrebbe una mossa simile come una dichiarazione di guerra.