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'Costi del Non Fare': il mancato sviluppo delle rinnovabili ci costa 55 miliardi

La mancata sostituzione delle produzioni termoelettriche con circa 24 GW di rinnovabili costerebbe alla collettività più di 55 miliardi di euro in combustibili fossili, minore occupazione e ricchezza e maggiori emissioni. Si parla anche di energia pulita nell'ultima edizione dello studio 'I Costi del Non Fare'. Un articolo del direttore dell'Osservatorio Stefano Clerici.

Le infrastrutture rappresentano un fattore centrale, e forse il più importante, di competitività e crescita di un Paese. In Italia la realizzazione delle opere, in alcuni settori, è troppo spesso bloccata da una serie di ostacoli di varia natura, normativi, finanziari, sociali, giudiziari, ma quasi sempre riconducibili a scelte sbagliate (o a non scelte) del sistema politico e amministrativo. Per questo l’Osservatorio I Costi del Non Fare (CNF) da quasi un decennio studia il tema misurando i costi economici, ambientali e sociali legati alla mancata o ritardata realizzazione di investimenti strategici per il Paese e i territori (appunti i costi del non fare).

Lo Studio 2014, appena concluso, ha focalizzato l’attenzione su quattro tematiche: le priorità infrastrutturali in Italia, l’efficientamento delle opere esistenti, i mercati globali delle infrastrutture e i finanziamenti. I risultati saranno presentati il 2 dicembre a Roma alla presenza di importanti esponenti del mondo delle utilities, dell’industria e della finanza. La mancata realizzazione delle opere prioritarie in Italia, nel periodo 2014-2030, potrebbe generare oltre 800 miliardi di € di CNF (Figura 1): 124 miliardi nei settori ambiente ed energia, 260 miliardi trasporti e logistica e 425 miliardi nelle telecom.

Figura 1 - Fabbisogni infrastrutturali e Costi del Non Fare (2014-2030)

Al fine di evitare costi del non fare così ingenti, è necessario che gli investimenti siano concentrati in opere e azioni davvero prioritarie: maggiore produzione di energia da fonti rinnovabili, potenziamento della rete di trasmissione, adeguata capacità di rigassificazione, sufficiente capacità di termovalorizzatori per uno smaltimento efficiente dei rifiuti, sviluppo delle infrastrutture logistiche e di trasporto per un efficiente e rapido spostamento di persone e merci, qualità e modernizzazione delle reti idriche e degli impianti di depurazione, diffusione delle reti a Banda Ultralarga con relativo miglioramento dei servizi ad esse connessi.

In particolare, nel settore energetico la mancata realizzazione di 24.000 MW di impianti rinnovabili, 5.430 km di reti di trasmissione, 162 stazioni elettriche e un rigassificatore da 8 G(m3) potrebbe generare nel settore energetico CNF per quasi 70 miliardi di €. La strada per evitare questi costi è indicata dagli obiettivi della UE al 2030 e al 2050 e della SEN: decarbonizzazione, sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, sicurezza e indipendenza delle forniture energetiche, riduzione dei costi dei vettori energetici.

Nel comparto elettrico, la mancata sostituzione delle produzioni termoelettriche con oltre 24.000 MW di impianti da fonti rinnovabili costerebbe alla collettività più di 55 miliardi di € per costi di approvvigionamento dei combustibili, per posti di lavoro non creati, per maggiori emissioni e per minori benefici per l’industria italiana. Nonostante la situazione di overcapacity, occorre ancora realizzare impianti di produzione per riequilibrare il mix produttivo oggi ancora sbilanciato verso il termoelettrico: al 2030 abbiamo ipotizzato 48% termoelettrico, 52% rinnovabili.

Circa le reti elettriche, un CNF di quasi 14 miliardi di € testimonia l’ancora elevato fabbisogno di infrastrutture, nonostante l’intenso sviluppo dell’ultimo decennio (oltre 7 miliardi di investimenti). Occorre realizzare elettrodotti e stazioni per sfruttare al meglio le produzioni più efficienti, garantire la continuità del servizio, ridurre il rischio associato all’intenso sviluppo delle rinnovabili, ridurre i costi dell’elettricità, superare le situazioni di congestioni sul territorio nazionale e sulle interconnessioni.

Infine, per quanto riguarda i rigassificatori, il CNF ridotto a 185 milioni di € testimonia la minor importanza relativa di tali infrastrutture. Tra l’altro, l’assottigliarsi dei differenziali di prezzo spot e take or pay del gas naturale riduce l’utilità di questi impianti in ottica di riduzione dei costi delle forniture. Diversamente, resta intatta la centralità per diversificare e ridurre i rischi di approvvigionamento.

Non solo grandi opere, ma anche interventi di ammodernamento e upgrade tecnologico delle opere esistenti permettono di migliorare la qualità dei servizi erogati ai cittadini e di ridurre gli impatti delle opere sul territorio e sull’ambiente. Dall’analisi di alcuni casi emergono benefici molto rilevanti, comparabili a quelli generati dalle nuove opere e spesso a costi più contenuti, anche in termini di ricadute occupazionali e industriali, soprattutto sulla filiera tecnologica nazionale.

Gran parte di tali interventi (Figura 2) sono nel settore energetico: Smart Grid, Smart Meter del gas, rimozione delle limitazioni di rete elettrica, efficientamento energetico della PA, produzione di biometano da FORSU; non fare questi interventi genera al 2030 un CNF di quasi 17 miliardi di €. E tuttavia, anche gli interventi di innovazione sono spesso rallentati da ostacoli normativi e regolatori, dallo scarso supporto finanziario, dal livello di maturità tecnologica.

Figura 2 - Il CNF complessivo di infrastrutture intelligenti e ammodernamenti (2014-2030)

In conclusione, per un rilancio significativo dello sviluppo infrastrutturale del Paese riteniamo si debba puntare con decisione almeno sui seguenti aspetti di policy:

  1. Selezionare rigorosamente le priorità infrastrutturali, investendo in quelle che generano i maggiori ritorni in termini economici, ambientali e sociali.
  2. Privilegiare gli interventi di miglioramento delle infrastrutture esistenti come ammodernamenti, manutenzioni straordinarie, upgrade tecnologici e, ove possibile, anche le de-infrastrutturazioni.
  3. Favorire gli interventi innovativi rimuovendo gli ostacoli normativi e regolatori e incentivando le soluzioni tecnologiche in prospettiva più sostenibili e con le più significative ricadute sull’industria nazionale.
  4. Riformare il codice degli appalti razionalizzando i processi autorizzativi e realizzativi definendo iter standardizzati e chiaramente strutturati che non lascino spazi alla reiterazione delle decisioni.
  5. 5. Aumentare il consenso delle popolazioni, sviluppando strumenti di maggiore coinvolgimento nella fase di pianificazione (dibattito pubblico) per comprenderne le necessità.