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Crowdfunding e comunità, sempre più importanti negli investimenti in energia pulita

Con il cambiamento in atto della produzione e della gestione dell'energia verso un modello decentralizzato sta mutando anche il modo di finanziare gli investimenti: crowdfunding, azionariato diffuso e progetti energetici comunitari avranno un ruolo sempre maggiore. L'ultimo report di Ernst & Young dedica un capitolo alla finanza dal basso.

Su queste pagine proviamo a raccontare la transizione del sistema energetico che stiamo vivendo. Si sta passando più o meno rapidamente (a seconda da come si voglia vedere) da un modello imperniato sulla produzione centralizzata con alti costi sociali e ambientali, quella delle centrali a fossili o nucleare, a uno fondato sulla generazione distribuita, con impianti piccoli e piccolissimi che, oltre ad avere un impatto ridotto su clima e ambiente, hanno spesso ricadute positive anche nel redistribuire la ricchezza. Parallelamente al modo di produrre energia, anche se più lentamente, sta cambiando anche il modo di finanziare gli investimenti necessari: crowdfunding, azionariato diffuso e progetti energetici comunitari stanno avendo un ruolo sempre maggiore.

A ricordarcelo è l'ultimo Renewable Energy Country Attractiveness Indices, il report di Ernst & Young sull'attrattività dei vari paesi per gli investimenti in energia rinnovabile, che per la prima volta dedica un capitolo proprio alla finanza da basso.

Per ora crowdfunding e meccanismi simili hanno ancora un ruolo relativamente marginale – nel 2013 circa 5 miliardi di dollari sui 225 totali investiti nelle rinnovabili – ma queste modalità di finanziamento sono in forte crescita, tanto che è previsto un loro raddoppio già per il 2014. Il potenziale è grande: ad esempio, negli Usa, se solo l'1% dei risparmi dei privati andassero a progetti di crowdfunding a favore delle energie rinnovabili, si muoverebbero ben 90 miliardi di dollari e se si aggiungesse anche lo 0,5% del totale del mercato azionario, gli investimenti, sempre facendo riferimento ai soli Usa, sarebbero pari a 290 miliardi di dollari.

Tra i fattori che spingeranno la microfinanza nei prossimi anni, prevede Ernst & Young, c'è il fatto che gli investimenti in energia pulita saranno, in misura sempre maggiore, destinati ad una notevole quantità di progetti piccolissimi. Questo è vero soprattutto per quel che riguarda il fotovoltaico. Si pensi ai paesi come l'Italia, dove il mercato dei grandi parchi è per il momento praticamente fermo e si realizzano solo impianti su tetto, ma anche all'enorme bacino di potenziali utenti off-grid nei paesi emergenti. Nel mondo 1,3 miliardi di persone non hanno accesso all'elettricità e (come ribadito anche dal recente report IRENA) per dare energia a quella enorme parte di umanità, il fotovoltaico è già ora la fonte più competitiva. Secondo le previsioni di Navigant Research nei prossimi 6 anni si installeranno 184 GW di fotovoltaico su tetto, muovendo investimenti per 430 miliardi di dollari, mentre il settore delle microreti peserà da qui al 2020 per 40 miliardi l'anno.

Che la microfinanza stia cominciando ad ingranare lo si capisce dalle varie storie di successo citate nel report Ernst & Young. Ad esempio si parla della statunitense Mosaic Inc., che offre ritorni dal 4,5 al 7% dell'investimento per investimenti decennali in solare (sia residenziale che di grande taglia) che partono dai 25 dollari, o dell'indiana Milaap, che ha già raccolto con il crowdfunding circa 2 miliardi di fondi destinati a singoli o piccole imprese.

Ernst & Young spiega che sarebbe limitato considerare il crowdfunding solamente un veicolo per investimenti mossi dalla coscienza ambientalista, dato che i ritorni che molti progetti offrono sono spesso molto competitivi. Detto ciò, spesso la natura “sociale” dei progetti finanziati rende gli investitori propensi ad accettare rischi maggiori e rende possibile raccogliere grandi somme in tempi molto brevi. L'esempio è il progetto eolico olandese Windcentrale che a fine 2013 in 13 ore ha raccolto da 1.700 piccoli investitori per 1,3 milioni di euro con lo scopo di installare una turbina eolica da 2 MW (Ernst & Young, per un probabile refuso, nel report parla erroneamente di 1,3 miliardi).

Molto interessante per la transizione energetica è poi la partecipazione diretta economica e gestionale nei progetti energetici delle comunità locali. E' chiaro come queste esperienze abbiano anche un ruolo politico, permettendo a chi abita un territorio di decidere sul suo sviluppo, ma anche di rendere coscienti i cittadini dell'importanza della questione energetica.

In paesi come Germania e Danimarca (come abbiamo raccontato spesso) la strada delle partecipazione locale è più la regola che l'eccezione. Nella patria della Energiewende,ad esempio,  ci sono circa 600 cooperative energetiche e più della metà della potenza da rinnovabili è di proprietà comunitaria, mentre in Danimarca tre quarti della potenza eolica è controllata da 100 cooperative.

La 42esima edizione del "Renewable Energy Country Attractiveness Indices" di Ernst & Young (pdf)





Commenti

gb

si....bravo. Riproviamo

I Rockefeller abbandonano gli investimenti nel petrolio (o li riducono) per investire nelle rinnovabili.

La sostanza è la stessa, e capitalismo opportunista, scelta politica, "apertura di occhi", non cambia la sostanza: il vento inizia a cambiare (anche se troppo lentamente per i miei gusti).

Saluti

@ Giacomo Rockefeller.

@ Giacomo

Rockefeller.

Rockfeller è questo:
http://i.ytimg.com/vi/uPoli5W3jMA/hqdefault.jpg

Me tranquillo sei in buona compagnia, molti fini conoscitori di economia ed energia hanno toppato anche sui media nazionali... roba da matti.

rockfeller

abbandonano gli investimenti nel petrolio a favore delle rinnovabili…notiziona!!

gb

ma smettiamola di dire inesattezze.

Beh, si può vedere anche in

Beh, si può vedere anche in un altro modo.
E' finita la 'bubbana' dei rendimenti speculativi a due cifre in rinnovabili che sono stati ad appannaggio di pochi.... adesso che tutti gli Stati hanno un po' corretto il tiro sulle politiche incentivanti si tirano dentro soggetti propensi ad investire anche con rendimenti molto più bassi (3-5% annuo) e disposti ad investire anche solo per il bene dell'ambiente.

N.B. i rendimenti finanziari per i soggetti che rastrellano il denaro dai tanti benintenzionati probabilmente rimangono a due cifre.