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Carbon tax, l’alternativa liberale ai tagli retroattivi degli incentivi alle rinnovabili

Per tagliare la bolletta ci sono alternative che permettono di evitare interventi retroattivi e potenzialmente disastrosi come lo 'spalma-incentivi' forzato ventilato dal Governo. Una tassa sulla CO2, ad esempio, oltre ad alleviare il caro-energia renderebbe più pulito ed efficiente il sistema energetico.

Nei giorni si è parlato dell'ipotesi, ventilata in ambito governativo, di finanziare il taglio delle bollette promesso con uno spalma-incentivi forzato, cioè erogando agli operatori delle rinnovabili quanto dovuto loro come incentivi in 27 anni anziché in 20 come previsto dalle leggi in base alle quali questi hanno fatto i loro investimenti.

Cosa c’è di riformista nel consegnare alle banche, dalla sera alla mattina, le chiavi di centinaia di impianti di produzione di energia verde? Possibile che i liberali nel governo non obiettino che stracciare unilateralmente contratti sottoscritti fra Stato e privati non ha cittadinanza in una moderna economia di mercato? Possibile che i parlamentari, e sono tanti, che credono in una prospettiva di sviluppo sostenibile, non provino imbarazzo di fronte alla palese strumentalizzazione di errori del passato, pur gravi, per avallare la destabilizzazione finanziaria del maggior comparto della green economy?

Ad aggravare il paradosso, c’è che un’alternativa esiste. È ovvia e liberale. Si chiama carbon tax. Permetterebbe di riformare, gradualmente e strutturalmente, la copertura degli incentivi a rinnovabili elettriche e termiche, sostituendo a componenti tariffarie amministrate un’imposta allocativamente efficiente, basata sul potenziale climalterante dei combustibili fossili. Sia chiaro, ciò non porrebbe rimedio agli errori di incentivazione del passato, ma ne muterebbe gli effetti da distorsivi in virtuosi. D’altra parte gli errori (peraltro già pagati con un bersagliamento ininterrotto di misure normative e regolatorie) non legittimano una sospensione di fatto dell’ordinamento giuridico, per cui ora... vale tutto.

L’economia italiana emette circa 450 milioni di tonnellate equivalenti di CO2. Stimando un onere di incentivazione delle fonti rinnovabili di 11 miliardi di euro nel 2013, parliamo di 25-30 euro a tonnellata equivalente. In fase di avvio dell’Emission Trading System comunitario, 25 euro era ritenuto il minimo necessario per influenzare in senso carbon free le scelte di investimento degli operatori. Sappiamo invece come è andata a finire (a causa dell'eccesso di offerta di permessi oggi il prezzo delle CO2 è sceso a poco più di 5 euro a tonnellata, oggi siamo a 5,46 €, ndr).

Tagliare del 10% le bollette elettriche delle PMI richiederebbe una riduzione di circa il 40% della componente tariffaria A3, tenuto conto che parte del beneficio diretto sarebbe annullato dall’aggravio indotto sulla 'componente energia' della bolletta. Stabilendo che il taglio fosse per tutti, non solo per le PMI, ci vorrebbero oltre 4 miliardi di gettito, ovvero una carbon tax di circa 10 euro a tonnellata di CO2 su tutti gli usi di combustibili. In soldoni, sarebbero 2 centesimi di euro a metro cubo di gas, e 2,5 centesimi a litro di benzina. Non è poco, ma nell’ordine di grandezza della normale volatilità dei prezzi dei combustibili, sembrano numeri sopportabili.

In realtà, per ora basterebbe molto meno: Russia permettendo, il lavoro di calmieramento della bolletta lo sta già facendo il mercato. Assicurando che il recente tracollo del costo dell’elettricità all’ingrosso (indotto anche dalle fonti rinnovabili) arrivi rapidamente alle utenze, il gettito da carbon tax necessario ad un primo taglio del 10% delle bollette delle PMI sarebbe molto minore.

Oltre ad alleviare la bolletta elettrica delle PMI rilanciandone la competitività, i vantaggi della graduale introduzione di una carbon tax sarebbero macroscopici e generalizzati:

  • Le esternalità ambientali dei combustibili fossili verrebbero internalizzate nella componente energia delle bollette, non più spalmate in quella amministrata. Approvvigionare e vendere energia pulita diventerebbe in sé fonte di vantaggio competitivo per grossisti e venditori. Si supererebbe così, in senso virtuoso, l’attuale compressione della quota contendibile della bolletta;
  • L’elettricità costerebbe di più nelle ore in cui è necessario il contributo di tecnologie ad alte emissioni, spingendo viceversa i consumi verso le fasce orarie più pulite;
  • I costi di decarbonizzazione, oggi sproporzionatamente e distorsivamente a carico delle utenze elettriche, verrebbero ripartiti anche sulle utenze termiche e sui trasporti;
  • Si rimedierebbe strutturalmente alla perdurante penalizzazione del vettore elettrico, più efficiente sia nella climatizzazione che nei trasporti, rispetto all’uso diretto dei combustibili.

La delega fiscale attribuita al Governo prevede già, espressamente, la facoltà di introdurre forme di tassazione ambientale, consentendo interventi organici, invece che azioni estemporanee via decretazione d’urgenza. Certo, ci sarebbero criticità importanti (anche a livello comunitario), a cominciare dal coordinamento con ciò che resta dell’ETS.

Ma la vera barriera è politica: l’ostinato silenzio rispetto ad ogni ipotesi di carbon tax è segno evidente di interessi (e, ahimè, ideologie) che cercano un intervento normalizzatore contro le fonti rinnovabili, non un disegno di lungo termine che coniughi sostenibilità e competitività.





Commenti

Artizzu: " L'obiezione è

Artizzu: " L'obiezione è pertinente, ma è anche una criticità di facile gestione: ove opportuno/necessario, il peso su famiglie a basso reddito si può gestire con bonus, franchigie, ecc. così come per la bolletta nella forma attuale. "

Secondo me questo approccio presenta alcuni problemi strutturali.

Il primo è che una sostanziosa istituzione di bonus e franchigie (per salvaguardare gran parte dei redditi bassi) riduce pesantemente la base imponibile (si ricordi che metà delle famiglie italiane dichiarano circa 20keuro lordi). Si finisce quindi per tassare non il "carbon", ma i redditi.

Secondo, così impostata è una tassazione a circolo anti-virtuoso, perchè a fronte di un maggiore costo nella generazione del calore o del trasporto, si osserveranno compensazioni degli utenti verso fonti o mezzi ancora più sporchi, ma molto più economici. Lo stesso fenomeno è accaduto in olanda con la tassa sul junk-food: i consumatori compensavano l'aumento andando verso cibo ancora più junk, per cui la tassa è stata rimossa.

Terzo, la tassa è in controtendenza con quanto vorrebbe combattere, cioè produce gettito e funziona, fintanto che c'è produzione massiccia di "carbon". All'aumentare delle rinnovabili (cioè all'aumentare della componente A3 se si continua a incentivarle e integrarle nella rete) il gettito diminuisce, quando invece avremmo bisogno aumentasse. E' come la tassa sul gioco d'azzardo giustificata come deterrente: in realtà si è ben felici non funzioni come deterrente, così si ha gettito a bilancio.

@alsarago: la tassa NON avrebbe affatto l'effetto che auspichi, le persone continuerebbero a scaldarsi col gas metano d'inverno e a spostarsi con l'auto più economica che si possono permettere.

James Hansen, il climatologo,

James Hansen, il climatologo, si batte da tempo per una carbon tax negli Usa (figuriamoci...) e per rimediare al suo effetto antiprogressivo, propone di restituire parte del suo introito sotto forma di sconti fiscali sulle fasce inferiori di reddito.

Questa soluzione, mi pare comunque l'ideale, perchè mentre pasticciare con le regole sulle rinnovabili, ha l'effetto di far scappare famiglie e imprese da queste fonti, una carbon tax le farebbe scappare dai fossili, migliorando ambiente, clima, salute e dipendenza energetica.
Cioè otterrebbe gli effetti che, a parole, tutti i politici dicono di volere.

Fra l'altro non saremmo neanche i primi in Europa...

http://thinkprogress.org/climate/2013/12/19/3091081/france-carbon-tax/

Impatto su famiglie a basso reddito

@gb, @evgalois

L'obiezione è pertinente, ma è anche una criticità di facile gestione: ove opportuno/necessario, il peso su famiglie a basso reddito si può gestire con bonus, franchigie, ecc. così come per la bolletta nella forma attuale.

Detto questo, già incominciare a parlare di benefici e criticità sarebbe un enorme passo avanti.

Auspicare una ulteriore

Auspicare una ulteriore tassazione su riscaldamento (utenze termiche) e su carburanti (trasporti) è sicuramente una norma Robin Hood al contrario, perchè grava orizzontalmente su tutti e percentualmente di più sui redditi medio-bassi, che dovranno comunque scaldarsi d'inverno e muoversi per andare a lavorare. Ma soprattutto non esiste di fatto una alternativa "verde" (riscaldarsi senza gas e dotarsi di auto elettrica non è possibile per la stragrande maggioranza delle famiglie), per cui è solo un balzello per raccogliere soldi.

Lo scopo della carbon tax

Lo scopo della carbon tax dovrebbe essere, sulla carta, quello di modificare le abitudini di consumo dei cittadini traghettandole verso comportamenti più ‘virtuosi’dal punto di vista ambientale… ma nei fatti una tassa ‘flat’ (proporzionale alla CO2 emessa) come la carbon-tax è molto spereqautiva.
Per chi è in una fascia di reddito bassa, diciamo 10.000-20.000 € i consumi diretti di energia (carburante, gas per riscaldamento, luce) costituiscono una fetta consistente del reddito. Per chi invece è in una fascia più elevata diciamo > 50.000 € i consumi energetici costituiscono una fetta del reddito molto più marginale.
Per chi ha reddito basso i consumi indicati sopra sono poco ‘discrezionali’, sono consumi praticamente obbligatori e l’idea di spendere alcune decine di migliaia di euro per isolare la casa, per acquistare una pompa di calore o cambiare l’auto con una nuova e più efficiente è fuori discussione (se non, per l’auto, a fine vita utile della stessa, cosa che avverrebbe comunque). Insomma la carbon-tax rischia di essere un Robin Hood al contrario.