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Negoziati sul clima, da Bonn cronaca di una semi-paralisi

La conferenza sul clima di Bonn dal 3 al 14 giugno 2013 è stata segnata dall'ostruzionismo russo e si è incagliata su mere questioni procedurali. Mentre il riscaldamento globale continua, il cammino verso un accordo per rallentarlo procede a passi piccoli e incerti. Il resoconto del nostro inviato ai negoziati Leonardo Massai.

Il negoziato per il futuro accordo internazionale sul clima ha segnato un ulteriore passaggio a Bonn, dove per due settimane, dal 3 al 14 giugno 2013, i tre organi sussidiari della Convenzione ONU sul clima (Convenzione) hanno tenuto un’altra, ennesima riunione. Qualche passo in avanti si è avuto nell’ambito dei lavori degli organi ADP (Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action) e SBSTA (Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice) anche se l’attenzione dei media è andata soprattutto al terzo organo di lavoro, il SBI (Subsidiary Body for Implementation) dove le delegazioni russa, ucraina e bielorussa hanno bloccato i lavori per tutte e due le settimane.

Il motivo? Tutto risale a qualche mese fa, precisamente a Doha in occasione della COP18 , quando il buffo presidente qatarino della COP aveva forzato la decisione per l’adozione del cosiddetto Doha Climate Gateway (a proposito, quale sarà il termine scelto dalla prossima presidenza polacca per battezzare le conclusioni della prossima COP19? E soprattutto, abbiamo davvero bisogno di ottenere a tutti i costi ogni anno una conclusion formale del negoziato?). Nella plenaria finale infatti, la Federazione Russa ha cercato invano di esprimere la propria opposizione, in particolare riguardo al divieto di utilizzare le quote di emissioni in eccesso - la cosiddetta ‘aria fritta’ - anche nel secondo periodo di adempimento del protocollo di Kyoto (2013-2020).

E’ così che la Federazione Russa, con il supporto di Ucraina e Bielorussia, ha presentato prima dell’avvio della sessione di giugno una richiesta per l’introduzione nell’agenda del SBI di una discussione sulle procedure e regole per l’adozione delle decisioni da parte della COP. L’intenzione dei russi, ovvia, è quella di bloccare i lavori del SBI ma soprattutto dare un segnale forte. Non si possono prendere decisioni quando un paese non è d’accordo e obietta manifestamente (ancora negli occhi di tutti i delegati, il delegato russo a Doha che in piedi davanti al palco della presidenza sventola la targa del suo paese in segno di protesta), sopratutto quando questo paese è la Federazione Russa.

A parte i dispetti degli ex sovietici, una discussione vera e franca tra le Parti sul livello di efficienza del metodo decisionale e delle modalità di adozione delle decisioni presso la Convenzione è ormai più che maturo. Dagli europei alle piccole isole, dagli Stati piu ragionevoli dell’America latina alla maggior parte dei paesi con foreste tropicali: tutti pronti per iniziare a parlare se non di riforme, di come evitare che la regola del consenso, applicata dal 1995 per l’adozione di ogni singola decisione presso la Convenzione, sia interpretata da pochi come diritto di veto. Purtroppo per il clima, per i molti delegati a Bonn, e per le spese dei contribuenti, il luogo scelto dalla Federazione Russa & friends per discutere di questi problemi era quello sbagliato.

Esiste infatti presso la Conferenza delle Parti, lo spazio adeguato per affrontare tali temi. Sia quando si parla delle regole procedurali, sia quando si parla di cambiare il testo della Convenzione attraverso un emendamento all’articolo 18 della Convenzione che a oggi include il diritto di voto delle Parti contraenti ma che non è mai stato applicato. È così che il SBI non ha nemmeno iniziato i lavori a Bonn, lasciando una patata più che bollente in mano alla presidenza polacca della COP19 (Varsavia, dal 11 al 22 novembre 2013), nonchè evitando di considerare temi fondamentali come la revisione del limite di aumento della temperatura di due gradi centigradi al 2100 sulla base dei nuovi dati scientifici, il budget 2014-2015 e il meccanismo di ‘loss and damage’. A proposito, cosa sarebbe successo a Bonn se il presidente del SBI non fosse stato polacco? Sarebbe stato per caso più convincente con i russi?

In ambito SBSTA si sono fatti passi in avanti sulle regole metodologiche per la lotta alla deforestazione (REDD+) e sulla ricerca e gli ultimi dati scientifici. Molti meno i progressi sul tema degli approchi di mercato e non-mercato, dove le Parti sono ancora troppo lontane.

E purtroppo anche a Bonn si è ripetuta una prassi molto pericolosa, avviata a Doha, che porta i delegati, nelle aree dove non è possibile trovare un accordo, a rifugiarsi nella convocazione di workshop dove le Parti possono avere una discussione sui vari elementi in questione. E così a 5 mesi dall’inizio della COP19, molti gruppi di lavoro hanno richiesto al segretariato di organizzare proprio dei workshop che servono soprattutto a prendere tempo. Il risultato del workshop è infatti un rapporto redatto dal segretariato relativo alla discussion ma che ovviamente non ha natura vincolante, nè tantomeno costituisce la base del negoziato.

In ambito ADP, che ha fissato nel 2015 a Parigi la scadenza per l’adozione del futuro accordo internazionale sul clima, la discussione è continuata su due binari paralleli. Da una parte le questioni relative alla forma dell’accordo (ancora sconosciuta), alla struttura istituzionale, ai principi e allo sforzo necessario per il post-2020. Dall’altra, il tema delle azioni di mitigazione entro il 2020 per ridurre il gap attuale della riduzione di emissioni necessarie per limitare, almeno ai 2 gradi centigradi, l’aumento della temperatura globale al 2100.

Infine, un aggiornamento sullo stato della ratifica del secondo periodo di adempimento del protocollo di Kyoto: ad oggi gli Emirati Arabi Uniti sono l’unico paese ad aver notificato la ratifca dell’emendamento di Doha. Qualche problemino per l’Europa, inaspettato.