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Quando la parola d'ordine è 'disinvestiamo nel fossile'

Nasce negli Usa una rivolta contro le compagnie delle fonti fossili. Un movimento dal basso che chiede di vendere le azioni di società del settore dei combustibili fossili o semplicemente di non investirvi. Anche le mobilitazioni contro l’oleodotto Keystone testimoniano che il cambiamento climatico è il tema. L'editoriale di Gianni Silvestrini.

Nuove forme di lotta e di pressione si stanno sviluppando per sbloccare l’impasse sui cambiamenti climatici negli Usa. Un forte movimento, ad esempio, sta crescendo per forzare la vendita di azioni di società coinvolte nel settore dei combustibili fossili.

Una generazione fa l’obiettivo era l’abbattimento dell’apartheid del Sud Africa. Per dare forza alla battaglia 155 università e 90 città statunitensi decisero di eliminare dal proprio patrimonio le azioni delle società sudafricane. Nel 1986 l’Università di California disinvestì 3 miliardi di dollari. Come è noto, questa pressione ha avuto un ruolo importante nell’introduzione del suffragio universale e nella successiva elezione di Nelson Mandela.

Oggi sono 210 i campus americani coinvolti nella campagna “Let’s divest from fossil fuels!” volta a far vendere le azioni delle società legate a queste attività. E il movimento si sta allargando. Mike McGinn, sindaco di Seattle, ha invitato il fondo pensione degli impiegati, il Seattle City Employees’ Retirement System che gestisce 1,9 miliardi $, a non investire più nei comparti fossili e a iniziare un’azione di uscita da questo settore. Anche il mondo religioso si sta mobilitando. La United Church of Christ cui afferiscono 1,2 milioni di fedeli in giugno voterà per aderire alla campagna lanciata dalla associazione 350.org.

L’argomentazione di fondo deriva dalla riflessione che larga parte (80% secondo alcune stime) delle riserve di combustibili fossili del pianeta non dovranno essere utilizzate per non superare l’incremento di 2 °C della temperatura dell’aria richiesto dalla comunità scientifica per evitare conseguenze catastrofiche. A meno di utilizzare su larga scala il sequestro del carbonio, la cui sperimentazione però al momento incontra molte difficoltà ed è dubbio che riesca ad essere ambientalmente ed economicamente sostenibile.

Accanto a questa iniziativa, sta crescendo la mobilitazione per bloccare l’autorizzazione alla realizzazione dell’oleodotto Keystone, infrastruttura fondamentale per garantire l’espansione dell’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose del Canada. Obama, dopo avere una prima volta rinviato la decisione, dovrà pronunciarsi nei prossimi mesi su questo delicato tema.

Nel novembre del 2011 quindicimila cittadini hanno manifestato di fronte alla Casa Bianca per chiedere di bloccare l’oleodotto e in tutto il paese sta crescendo la pressione per portare il 17 febbraio decine di migliaia di attivisti a Washington per un “Climate Rally”. Nei giorni scorsi 18 tra i più prestigiosi climatologi hanno inviato una lettera al presidente chiedendo di evitare la realizzazione dell’oleodotto perché contraria agli interessi del pianeta e del paese.

Insomma, le dichiarazioni prima di Obama e poi del neoeletto Segretario di Stato Kerry sull’importanza della lotta ai cambiamenti climatici e la crescente pressione dal basso testimoniano un cambio di passo. E’ possibile forse che gli Usa si spostino su posizioni più attive e impegnate, facilitando il raggiungimento di quell’accordo internazionale sul clima che dovrà essere definito entro i prossimi 35 mesi.