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La distanza dalle centrali nucleari e il rischio di cancro

Un argomento spesso trascurato nel dibattito sul nucleare è l’impatto sulla salute umana dei radionuclidi emessi dalle centrali atomiche in condizioni di normale funzionamento. Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo della professoressa Cristina Rinaldi della facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma.

È ormai ampiamente riconosciuto che tutte le centrali atomiche emettono continuamente durante la loro vita un ampio spettro di radionuclidi. Le dosi di radiazioni riscontrate nelle emissioni normali delle centrali vengono comunemente accettate perché dichiarate completamente innocue in quanto inferiori a 1.000-100.000 volte alla dose ammessa dalle Agenzie di Radioprotezione Internazionali che è di 1 mSv/anno. Eppure, come riportato nel 14° Rapporto COMARE del 2011, i quantitativi di radiazioni emesse negli scarichi gassosi dalle centrali nucleari inglesi hanno raggiunto nel 1999 la concentrazione di circa 0,14 mSv annuali, che sarebbe solo 7 volte inferiore alla dose ammessa! Inoltre bisogna considerare che il valore di 1 mSv è una media annuale di valori che sono di varia intensità e con valori che possono essere anche molto alti in certi periodi.

Nello stesso Rapporto vengono minuziosamente elencati tutti i quantitativi di differenti radionuclidi (C14, Co60, Cs137, Trizio) emessi dalle centrali inglesi, tedesche, svizzere e francesi in tre anni (1999, 2000 e 2001). Questo a conferma della reale emissione di piccoli quantitativi continui di radionuclidi da parte degli impianti nucleari!

L’azione dei radionuclidi nel corpo umano va valutata considerando che questi, una volta emessi a piccole dosi dagli impianti nucleari, vengono dispersi in tutto l’ambiente circostante (aria, acqua, terra) dove permangono a lungo accumulandosi e da qui possono essere assunti, tramite gli alimenti e la respirazione, dagli organismi viventi, dove vengono concentrati progressivamente in organi critici del corpo.

I radionuclidi accumulati nel corpo umano irraggiano i tessuti, emettendo radiazioni ionizzanti continue e per periodi di tempo anche molto lunghi (mesi/anni), determinati dalla loro emivita fisica e dalla loro ritenzione biologica all’interno del corpo.

Le radiazioni rilasciate possono danneggiare le cellule causando aberrazioni cromosomiche, mutazioni geniche e alterazioni del ciclo cellulare: nelle cellule somatiche possono portare allo sviluppo del cancro, mentre nelle cellule staminali delle gonadi possono portare a malattie ereditarie e trasmissibili.

Tali effetti variano a seconda delle dosi accumulate, dalla presenza di altri fattori di rischio (che possono avere un deleterio effetto addittivo) oltre che dalla variabilità genetica dell’individuo e dalla sua capacità naturale (età, sesso e stato di salute) di instaurare una risposta biologica alle radiazioni. Risposta che può aversi sia a livello del DNA, come meccanismi di riparazione del danno da rottura del DNA stesso causato dalle radiazioni, sia a livello cellulare e tissutale, come risposta infiammatoria e/o immunologica in grado di eliminare le cellule alterate dalle radiazioni.

Pertanto, il differente accumulo dei radionuclidi e le variabili presenti negli individui comportano che non si possa definire il livello di rischio associato con l'esposizione a dosi molto basse di radiazioni. È facile a questo punto comprendere la spiegazione dei risultati di tutti quegli studi presenti in letteratura che hanno dimostrato un aumento di tumori e in particolare di leucemie in bambini che vivono alle centrali nucleari.

Studi che evidenziano un incremento dei tumori nei bambini che vivono vicino alle centrali nucleari

Sono numerosi gli studi fatti in varie parti del mondo (USA, Spagna, Inghilterra, Germania, Canada, Svezia, Francia, Giappone) che hanno considerato la relazione tra insorgenza di vari tipi di tumore e  vicinanza a centrali nucleari.

Le prime evidenze di una correlazione tra leucemia e installazioni nucleari risalgono al 1983, quando si osservò che i bambini che abitavano vicino all’impianto di riprocessazione del combustibile nucleare di Sellafield (Inghilterra) sviluppavano leucemie. Dopo di allora ci furono molti altri studi epidemiologici che hanno dimostrato un aumento del rischio di contrarre la leucemia tra i giovani che vivevano vicino alle centrali nucleari. Così, nel 1986 è stato pubblicato uno studio in cui si dimostrava un incremento della leucemia nei bambini che vivevano vicino all’impianto nucleare di Dounreay in Scozia  (nota 1 - vedi allegato note in basso).

Tra il 1987 e il 1989, altri studi inglesi riportarono un aumento significativo di leucemia in bambini sotto i 15 anni che vivevano entro le 10 miglia da impianti nucleari in Inghilterra e in Galles (nota 2 e 3)

Nel 1992 in Germania si è evidenziato un incremento statisticamente significativo di leucemie infantili in bambini sotto i 5 anni che vivevano vicino ad alcune centali nucleari (nota 4). Nel 1993 è stato effettuato uno studio sempre in Germania dove si evidenziava un aumento eccezionale di leucemia in bambini insieme ad un aumento significativo di leucemia negli adulti dopo l‘apertura della centrale nucleare di Krimmel (nota 5).

Nel 1995 è staro riscontrato un eccesso di casi di leucemia tra i giovani che vivevano vicino all’impianto di riprocessazione di La Hague (nota 6). In tal caso è stata ipotizzata la causa nell’ambiente marino (sabbia con cui giocavano i bambini, pesci e frutti di mare) contaminato da radionuclidi emessi dall’impianto nucleare (nota 7).

Tutti questi risultati hanno stimolato una lunga serie di studi con risultati molto controversi, tendenti a non riconoscere il fatto che le emissioni ionizzanti durante il funzionamento di centrali nucleari potessero aumentare il rischio di leucemie nei bambini, adducendo motivi di scarso valore statistico. Le dosi emesse dalle centrali sono in effetti molto inferiori a quelle ammesse dalla normativa per la sicurezza nucleare e si è cercato in ogni modo di minimizzare gli effetti delle radiazioni sull’incremento riscontrato delle leucemie, imputando tale incremento ad altri agenti causali (inquinanti, virali, ecc.). 

Per risolvere queste controversie il Governo Federale Tedesco nel 2003 finanziò uno studio caso-controllo commissionandolo all’Università di Mainz. Lo studio è noto come studio KiKK (Kinderkrebs in der Umgebung von KernKraftwerken = Childhood Cancer in the Vicinity of Nuclear Power Plants) (ne ha parlato anche nel gennaio del 2010: I rischi della modica quantità di radiazioni)) )). Lo studio ha analizzato tutti i casi di tumore (1592 casi verso 4.735 controlli) e di leucemie (593 casi su 1776 controlli) in bambini sotto i 5 anni che vivevano vicino a tutte le 16 centrali tedesche ed è riferito a un arco di tempo di oltre 20 anni (dal 1980 al 2003). I risultati dimostrano che in questi bambini le Leucemie hanno un incremento statisticamente significativo di 2,19 volte a una distanza dalla centrale di 5 km e di 1,33 volte a una distanza di 10 km, con un effetto quindi inversamente proporzionale alla distanza (nota 8), mentre gli altri tumori solidi hanno un incremento statisticamente significativo di 1,61 volte a una distanza dalla centrale di 5 km  e di 1,18 volte a una distanza di 10 km (nota 9).

Gli autori tuttavia non spiegano i motivi per cui le radiazioni emesse da un reattore normalmente funzionante, inferiori a quelle naturali (terrestri, cosmiche) potrebbero indurre leucemie o altri tumori nei bambini molto piccoli. La spiegazione dei risultati viene invece fornita da un successivo studio inglese del 2009 che indica come causa dell’incremento di leucemie nei bambini  l’effetto teratogenico dei radionuclidi emessi dai reattori e incorporati dalla madre durante la gestazione. I tessuti ematopietici del feto e dell’embrione sono molto più radiosensibili di quelli dei bambini. La contaminazione progressiva dell’embrione e del feto nel grembo materno diminuisce con la distanza dalla centrale (nota 10).

Lo studio KIKK con la sua autorevolezza, con la sua significatività statistica e con l’ampiezza dei casi trattati, conferma che esiste una correlazione tra la distanza dalle centrali nucleari e il rischio di sviluppare un cancro (in particolare leucemia) nei bambini con meno di 5 anni, avvalorando così tutti i risultati ottenuti nei venti anni precedenti.

Ad ulteriore conferma ricordo un lavoro di meta-analisi dove si analizzano dati di 17 lavori di ricerca su 136 siti nucleari in Gran Bretagna, Canada, Francia, USA, Giappone, Spagna e Germania. I risultati statisticamente significativi mostrano anche qui un elevato rischio di leucemia e di casi mortali di leucemia in bambini che vivono vicino a centrali nucleari (nota 11). Lo stesso dato è stato evidenziato anche vicino alla centrale nucleare di Amburgo (nota 12).

Cristina Rinaldi (Prof. Ass. Immunologia ed Immunopatologia -  Fac. Medicina dell'Università La Sapienza di Roma)

Allegati




Commenti

risposta all'ultimo commento

conosco bene il 14° Rapporto COMARE e ho già dato una eloquente risposta che può leggere nel sito: http://affaritaliani.libero.it/cronache/salute_centrali_nucleari_leucemie_bambini300511.html

SU ARGOMENTI COME QUESTI NON BISOGNEREBBE SPECULARE !

Studio UK: smentito rapporto tra leucemie infantili e centrali nucleari postato il 9.mag.2011 alle 2:10 pm | da pat Assolte. Dopo la Germania anche in Gran Bretagna le centrali nucleari non risultano responsabili per l’insorgenza di leucemie infantili. “Rischio estremamente ridotto se non addirittura zero”. E’ la conclusione del 14esimo rapporto del Comitato britannico sugli aspetti medici delle radiazioni (COMARE) che ha indagato su tutti i casi di leucemia riscontrati in bambini di età inferiore a 5 anni residenti nel raggio di 10km di 13 centrali nucleari. I fattori di rischio, secondo i ricercatori, sono da cercare altrove. Un’infezione o virus potrebbe essere una spiegazione, e non ultimo le condizioni socioeconomiche come spiega Alex Elliott presidente della Commissione. L’insorgenza di leucemie infantile è meno frequente in zone densamente popolata , esattamente all’opposto di dove sorgono di norma le centrali, perché l’esposizione precoce alle infezioni, e il conseguente precoce sviluppo di anticorpi , potrebbe essere un fattore di protezione. Tuttavia, in attesa di ulteriori studi epidemiologici che chiariscano meglio il meccanismo biologico, la Commissione raccomanda di proseguire le indagini sul concorso dei fattori esterni predisponenti (radioattività e altro). Non solo la commissione non ha accertato un aumento di casi di leucemie legati alla vicinanza dalle centrali, ma si è anche scontrata con risultati sorprendenti. Per esempio, nelle zone indicate come potenziali aree per la costruzione di nuovi impianti nucleari si sono registrati più casi di leucemie di quelli insorti nell’aree dove già operano degli impianti. Si sono contati 20 casi di leucemia in bambini di età inferiore a 5 anni residenti nel raggio di 5 km di una delle 13 centrali e 430 casi nel raggio di 25km. Mentre i casi salivano rispettivamente a 26 e 492 in uno dei 7 siti che dovrebbero ospitare in futuro una centrale. Lo studio britannico si ricollega anche allo studio tedesco del 2007, meglio noto come KIKK e proprio al quale si sono appellati gli attivisti della Heysham Antin-Nuclear Alliance per avviare un’azione legale contro il ministro per l’energia Chris Hunhe, sponsor del neo-sviluppo nucleare britannico e reo- a loro giudizio – di aver sottovalutato le considerazioni di KIKK sull’aumento del rischio di leucemia infantile e la vicinanza alla centrale. La relazione COMARE ridimensiona lo studio KIKK sostenendo che le evidenze sono pesantemente influenzate dai casi di neoplasie diagnosticate nel decennio 1980-90 senza bilanciarli con quelli degli anni successivi quando il rischio era minore. A differenza di quello britannico che è uno studio geografico che utilizza i casi di neoplasie registrati su un arco temporale di 35 anni (1969 – 2004), quello tedesco è uno studio-controllo. In fondo, le considerazioni del Comittato britannico ribadiscono solo quanto già noto sulla scarsa rilevanza dello studio KIKK quale prova di un rapporto tra leucemie e centrali. Infatti, nelle conclusioni, gli stessi ricercatori del KIKK sottolineano che il legame di causa-effetto non può essere dimostrato con certezza considerato che l’esposizione alle radiazioni originate dall’impianto sono 1.000 a 100.000 volte inferiori rispetto ai livelli di radioattività ambientale naturale e di origine medica. Non solo. Successivamente, lo studio KIKK è contestato dalla SSK, la commissione nazionale per la radioprotezione che coadiuva il Ministero dell’Ambiente federale tedesco. Nel 2008, la SSK ha presentato i risultati di un lavoro interdisciplinare internazionale il quale, rilevando limiti e inconvenienti dell’indagine, conclude che studio KIKK non può essere utilizzato per dimostrare il rapporto di causa ed effetto tra vicinanza delle centrali e rischio di leucemie.

risposta ai due commenti al mio articolo

I rapporti della Commissione Tedesca per la Protezione Radiologica, che ha esaminato a diverse riprese i risultati dello studio KIKK, ammettono l’incremento delle leucemie nei bambini < 5 anni che vivono entro i 5 km dalle centrali nucleari, solo che non lo spiegano come l’effetto delle dosi di radiazioni assorbite. Cosa che neppure gli autori del KIKK avevano spiegato, come avevo già riportato nel mio articolo: “Gli autori tuttavia non spiegano i motivi per cui le radiazioni emesse da un reattore normalmente funzionante, inferiori a quelle naturali (terrestri, cosmiche) potrebbero indurre leucemie o altri tumori nei bambini molto piccoli” e dove ho anche aggiunto che la spiegazione dei risultati viene data da un successivo studio inglese del 2009 (J.Fairle) che indica come possibile causa dell’incremento di leucemie nei bambini l’effetto teratogenico dei radionuclidi emessi dai reattori e incorporati dalla madre durante la gestazione Comunque, anche nel Rapporto COMARE del 2011 si riconosce l’efffettivo incremento di leucemie nei bambini sotto i 5 anni che vivono entro i 5 km. dalle centrali, anche se non si vuole riconoscere un diretto meccanismo di causa-effetto. Per maggiori dettagli e delucidazioni invito a leggere il mio breve articolo, dove analizzo il Rapporto COMARE 2011: http://affaritaliani.libero.it/cronache/salute_centrali_nucleari_leucemie_bambini300511.html

E LA FINE DELLA STORIA?

Gentile Dott.ssa, il suo articolo è ben fatto ma, come sempre quando si parla del KiKK Studium, si ferma a metà: la parte mancante riguarda l'inchiesta voluta in Germania per valutare l'attendibilità di tale rapporto, che si è conclusa con il rapporto della Commissione per la Protezione Radiologica(SSK) che ha completamente "smontato e smentito" - metodologia - correlazione esposizione-tumori - correlazione distanza-percentuali di tumori http://www.docstoc.com/docs/69208518/Assessment-of-the-Epidemiological-Study-on-Childhood-Cancer-in-the Saluti P.S. avete mai fatto un viaggio in aereo? Calcolatevi la dose da radiazione naturale che avete incorporato: http://www.sievert-system.org/WebMasters/en/evaluation.html P.S.2 prendere il sole, fare le lastre, andare nelle grotte: anche quelle sono dosi

La conclusione della dott.ssa

La conclusione della dott.ssa Rinaldi circa il risultato dallo studio KiKK e' in completo disaccordo con quanto scritto da uno degli autori principali dello studio stesso, il dott. P. Kaatsch dopo la pubblicazione dello stesso. Vedasi serie di articoli, lettere di lettori, e risposte dello stesso Kaatsch sulla rivista specializzata tedesca Deutsche Aertzeblatt (link a fondo pagina). Inoltre, nell'articolo qui sopra, si parla solo di studi che mostrerebbero un'incidenza delle emissioni delle centrali nucleari sulle popolazioni circostanti le centrali stesse, tralasciando una mole considerevole di studi, realizzati anche su un numero di centrali maggiore di quello del KiKK Study, che mostrano un impatto nullo delle emissioni stesse. L'impressione che io ho dopo aver letto questo articolo della dott.ssa Rinaldi, e' che si voglia far passare come un fatto scientificamente acclarato e accettato dalla comunita' scientifica il fatto che le attivita' nucleari civili abbiano un impatto sulla salute della gente, mentre cosi' non e' proprio per nulla. Saluti, Roberto ---- Articolo originale: http://www.aerzteblatt.de/v4/archiv/pdf.asp?id=62000 e lettere di lettori con risposta di P. Kaatsch ("All letters", sulla destra): http://www.aerzteblatt.de/int/article.asp?src=search&id=64949 "In Reply: The correspondence reflects a part of the wide range of comments that were discussed in the context of our study on nuclear power stations, which was published in international and national peer reviewed journals (1, 2, 3). The aspects presented are therefore not offering us new perspectives. It is important to point out that the statement in the correspondence from the IPPNW—stating that causes other than emissions from nuclear power stations could be eliminated in our study—is based on a misunderstanding. As we have shown repeatedly, we were technically not able to analyze potential factors of influence in our study. There is a fundamental difference between saying that the influence of certain factors cannot be evaluated or that certain factors can be eliminated. In the 2006 study cited by IPPNW (4), we already said that our study cannot be used to investigate general risk factors. It may be true that children have a different sensitivity to radiation than adults. It therefore makes sense to question the existing, approved calculation models for dose estimates and maybe replace these with better models. We are therefore grateful that the German Radiation Protection Commission with its wide expertise on radiation biology and physiology deals with these questions (5)—prompted by our study to no small degree. The suggestion of one correspondent—namely, to examine the bone marrow of children who died from leukemia near power stations—seems attractive but must thankfully fail because of the very low case numbers: in the 5 km radius of the 16 nuclear power plants we studied, 37 leukemias in children younger than 15 occurred over 24 years. Generally, about one fourth of the children die from their leukemia. To conduct such a study, no more than 4 children would be available for the next 10 years—if they all participated. For more detailed information on our study we refer to the detailed documentation from the German Commission on Radiological Protection, which was published in February 2009"