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Cosa c’entra il fotovoltaico con il vero consumo del suolo?

Il consumo del suolo del fotovoltaico è un mito inesistente, creato ad arte con motivazioni spesso confuse e a volte pretestuose. Qualche dato chiarisce la dimensione della questione. Riportiamo la parte finale di un articolo di Mario Zambrini di Ambiente Italia pubblicato sulla rivista bimestrale QualEnergia.

... Come noto, gli impianti a fonti energetiche rinnovabili possono essere realizzati su terreni agricoli senza che questi cambino destinazione d’uso. E stupisce sinceramente che molti fra coloro che lamentano speculazioni selvagge, compresi alcuni autorevoli urbanisti, non colgano la profonda differenza che intercorre fra strutture facilmente smontabili e asportabili (e dunque completamente reversibili) realizzate su terreni agricoli che non cambiano destinazione d’uso e che, dunque, tali rimangono a tutti gli effetti (spesso nemmeno essendo acquistati dagli operatori del settore ma solamente “affittati” per la vita utile dell’impianto), e i reali driver della cementificazione selvaggia: quegli interventi edilizi che, una volta realizzati su una superficie, ne determinano la irreversibile trasformazione, rendendo definitivamente indisponibili i suoli occupati ad altri possibili impieghi.

Certo, per il periodo di funzionamento dell’impianto il suolo non viene destinato a produzioni agricole: ma siamo sicuri che – sotto il profilo ambientale – questo sia uno svantaggio? Quei suoli agricoli che sia Emilia Romagna che Veneto difendono a spada tratta dal fotovoltaico sono spesso utilizzati come recapito delle deiezioni degli allevamenti zootecnici che in quelle Regioni sono, come noto, assai numerosi. Forse, considerando il tenore in nitrati delle acque delle falde padane, un po’ più fotovoltaico (e di depurazione “vera” dei liquami) non guasterebbe. Perché non considerare il fotovoltaico alla stregua di una sorta di set aside?

Si consideri a questo proposito che le dimensioni complessive del fotovoltaico a terra, anche negli scenari più estremi, non sono tali da mettere seriamente in crisi le produzioni agroalimentari, men che meno quelle di qualità, che possono e devono essere difese e promosse con gli strumenti in tal senso previsti dalle norme e dalle linee guida.

Secondo le statistiche del GSE, gli impianti fotovoltaici a terra rappresentano, attualmente, una quota pari a circa il 44% di tutta la potenza fotovoltaica installata in Italia, potenza che, secondo le stime provvisorie del GSE al 31/12/2010, sarebbe pari a circa 2.900 MW. Ne consegue che, a oggi, ipotizzando che tutti gli impianti “non integrati” siano stati realizzati su suolo agricolo, la superficie complessivamente ritirata dalla produzione agricola sarebbe pari a circa 3.200 ettari (come a dire circa 5,5 volte la superficie destinata a ospitare Motorcity); ipotizzando la medesima percentuale di impianti non integrati, l’obiettivo che si è dato il Piano d’Azione Nazionale presentato lo scorso giugno dal Governo italiano alla Commissione Europea (8.000 MW fotovoltaici entro il 2020) comporterebbe la copertura, ancorché reversibile, di circa 8.800 ettari di superficie.

La superficie territoriale complessiva italiana è pari, com’è noto, a 301.308 km2 (30,1 milioni di ettari) mentre la superficie agricola totale al 2007 è, secondo Istat, pari a 17,85 milioni di ettari (59,2% circa del territorio nazionale) e la superficie agricola utilizzata (SAU), sempre al 2007, è pari a 12,75 milioni di ettari circa (42,3% del territorio nazionale).

Fra il 1990 e il 2000 l’ISTAT ha misurato una riduzione della superficie agricola totale pari a 3,1 milioni di ettari, di cui 1,8 milioni di SAU. Fra il 2000 e il 2007, ISTAT stima un’ulteriore riduzione della SAU in complessivi 500.000 ettari circa. Nel complesso, dunque, in 17 anni la SAU italiana si è ridotta di 2,3 milioni di ettari, a un tasso medio pari a circa 135.000 ettari/anno. Gli 8.800 ettari circa necessari all’installazione di impianti fotovoltaici a terra per conseguire l’obiettivo 2020 del PAN rappresentano dunque lo 0,38% della SAU ritirata dalla produzione tra 1990 e 2007. È appena il caso di notare che la riduzione della superficie agricola utilizzata non necessariamente corrisponde a un incremento di suoli urbanizzati, trattandosi piuttosto di “ritiro” di terreni dalla produzione.

Gli 8.000 MW installati previsti dal PAN possono dunque essere ampiamente superati. Si possono anzi ipotizzare, in via esclusivamente teorica e al solo scopo di offrire alcuni termini di confronto e ordini di grandezza, obiettivi ben più impegnativi. Secondo il Bilancio Energetico Nazionale 2009, nel 2008 i consumi finali di energia nel nostro Paese sono stati pari a 145 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep), ovvero 1.685 TWh circa, di cui 340 TWh di consumi elettrici. La produzione elettrica 2009 (dato GSE) è stata pari a 320,3 TWh, di cui 68 TWh circa prodotti da fonti energetiche rinnovabili (71,5% idroelettrico, 10,6% biomasse, 7,4% geotermico, 9,6% eolico, 1,0% solare).

Ovvio, si tratta di un’ipotesi estrema e non attuale. Ma resta il fatto che produrre con fotovoltaico energia elettrica in quantità pari a quella attualmente consumata in Italia richiederebbe una superficie pari al 2,9% della superficie agricola totale o del 4,1% della SAU 2007, ovvero l’1,7% della intera superficie nazionale.

A puro scopo comparativo, la medesima quantità di energia elettrica potrebbe essere prodotta da 27 reattori nucleari MPR da 1.600 MW ciascuno, nell’ottimistica ipotesi di un funzionamento a regime medio di 8.000 ore/anno. La riduzione della SAU intervenuta fra il 1990 e il 2007 è dunque dell’ordine di 4,4 volte la superficie teoricamente necessaria a produrre l’intera domanda 2008 di energia elettrica, mentre i consumi di suolo stimati da Berdini relativamente al periodo 1995-2006 corrispondono a 1,4 volte la medesima superficie.

Altrettanto ovvio, il fatto di aver sperperato negli anni passati il suolo non è certamente un buon motivo per sperperarne ancora, anzi. Ma occorre saper distinguere usi reversibili da usi irreversibili; usi che comportano definitive modifiche urbanistiche da usi compatibili con lo stato attuale dei suoli; usi forieri di ulteriori impatti sull’ambiente da usi coerenti con obiettivi di sostenibilità. Prima di lanciare anatemi e invocare crociate, sarebbe opportuno analizzare i dati e valutare le tendenze in ragione delle loro reali dimensioni, sia relative che assolute.

Mario Zambrini (Ambiente Italia, Comitato scientifico Legambiente)

Scarica l'articolo completo "Il sole sulla terra" (pdf) (QualEnergia, n.2/2011)